Recensione: Great Escape

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Great Escape è uno di quegli album che ti mette in difficoltà quando provi a valutarlo: cerchi sempre di formulare un parere il più possibile oggettivo ma poco dopo ti ritrovi a cambiare idea in un senso o in un altro. È uno di quei dischi ricchi, pieni di influenze diverse e dal minutaggio generoso ma, allo stesso tempo, con alcuni aspetti non facili da mettere a fuoco. La dodicesima fatica in studio dei Crippled Black Phoenix è un doppio album che contiene in totale circa un’ora e un quarto di musica (escludendo le bonus track), e vede ancora una volta il fondatore  polistrumentista Justin Greaves affiancato da una ben nutrita line up. Nei suoi quattordici anni di attività la band inglese è riuscita a far parlare di sé per la propria tendenza alla contaminazione tra i generi, per la voglia di esplorare territori musicali diversi attraverso l’inserimento di elementi spesso distanti: queste caratteristiche restano ancora intatte nel nuovo lavoro, anche se Great Escape, pur mostrando numerose sfaccettature, si situa in modo piuttosto deciso a metà strada tra il progressive e il post-rock.

Dopo un introduzione a base di tappeti di tastiera, neanche troppo corta, nella quale vengono inserite le parole del filosofo inglese Alan Watts, arriva il primo brano vero e proprio. “To You I Give” è uno dei pezzi più significativi, nonché uno dei più lunghi: durante i suoi dieci minuti di durata lo ascoltiamo partire in modo enigmatico, aprirsi nel ritornello, incupirsi per poche battute e arrivare al climax finale mostrando alcune reminescenze degli Anathema. Il breve strumentale intitolato “Uncivil War (Pt.1)” ci conduce al groove lento e minimale di “Madman”. La band qui cambia per la prima volta direzione con un brano dalle influenze che oscillano tra l’elettronica e l’industrial, affiancate da una voce vicina a quella di Marilyn Manson. Un brano senza dubbio meritevole ma che, una volta terminato, sembra quasi lasciato a metà. Si ritorna alle atmosfere rarefatte del post-rock con “Times, They Are A’Raging”, una splendida ballata tanto malinconica quanto suggestiva che dopo qualche minuto vira verso territori più cupi e duri con alcune sezioni forse un po’ troppo lunghe. In effetti il pezzo si potrebbe indicare come uno dei più rappresentativi del disco in generale: ci sono dei bei momenti, alcuni stupendi, ma altri vengono dilatanti forse più del necessario. L’atmosfera ne esce rafforzata, ma il rischio di divagare è sempre dietro l’angolo, come spesso accade nei lavori così lunghi. La musica si fa più rilassata su “Rain Black, Reign Heavy”: ascoltiamo per la prima volta una voce femminile (Belinda Kordic), che si inserisce in un pezzo dalle tonalità più luminose, per quanto la serenità sia sempre offuscata da un velo di malinconia. “Slow Motion Breakdown” è un altro strumentale di buon livello ma non dei più memorabili. Di nuovo, tutti momenti che aiutano a definire l’universo sonoro dell’album ma lo rendono un po’ dispersivo, diminuendone quindi l’impatto generale. La successiva “Nebulas” si rivela essere un pezzo più vitale, e anche qui la voce femminile viene affiancata a melodie più solari. Appena parte “Las Diabolicas” sembra di ascoltare “In the Flesh?” dei Pink Floyd, ma è solo un attimo: l’album mostra ancora una volta un lato diverso della sua identità musicale, con percussioni dal vago sapore anni Ottanta e un vocoder à la Cynic. Si arriva infine al pezzo forte di Great Escape: la title track può essere considerata senza troppi dubbi il brano migliore. Si tratta di una lunga suite divisa in due parti: la prima, con le radici ben piantate nel post-rock e nello shoegaze, è particolarmente intensa e suggestiva, grazie alle chitarre solitarie dell’introduzione alle quali si affianca un’efficace sezione di fiati nella chiusura, toccando, per chi scrive, il picco qualitativo dell’album. La seconda parte si mantiene su alti livelli ma cambia direzione in modo piuttosto brusco, rivelando di nuovo forti influenze pinkfloydiane che arrivano all’apice del maestoso finale.

Dopo tanta musica e tanti stimoli sonori non è semplice tirare le somme. L’album riesce senza dubbio a costruire delle atmosfere molto efficaci – peraltro tradotte in immagini da uno straordinario art work -  eppure alla fine si rimane con un leggerissimo amaro in bocca, con l’impressione che questo lavoro avrebbe potuto essere qualcosa di più. Forse alcune parti avrebbero tratto giovamento da un minutaggio più conciso, ma non è sempre detto che questa sia la soluzione: la qualità c’è, le emozioni anche, ed è giusto d’altra parte che in questi casi i pezzi vengano sviluppati attraverso strutture articolate . Si tratta comunque un disco molto valido e brani come “To You I Give”, “Times, They Are A’Raging” o la titletrack valgono da soli l’acquisto dell’album.

 
80