Recensione: Hadal Ascending

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"Hadal Ascending" è il quarto album dei deathster tedeschi Ichor, legato, come tematiche, ai precedenti lavori "Benthic Horizon" (2010) e "Depths" (2014). Tematiche incentrate sulla tanto immaginaria quanto leggendaria mitologia concepita da H.P. Lovecraft. Storie di epiche battaglie fra esseri umani e abitatori degli abissi, le quali vedono la fine con l'ascesa del demone Zaan, che si sveglia dal suo lungo letargo per aprire un portale fra la Terra e le altre dimensioni, dalle quali si scateneranno gorgoni e altre creature per la conquista dell'Universo conosciuto.

Sì può obiettare che questi argomenti siano stati già sin troppo utilizzati, da altre band, tuttavia è innegabile che presentano sempre un loro unico fascino, peraltro ideale per proporre testi comunque affascinanti; perfetti per fungere da spinta musicale per i generi del metal estremo come black e death.

Death che gli Ichor interpretano con piglio moderno, assumendo un suono chiaro e limpido, pulito, potente, dalle sonorità attuali; in linea con quanto proposto dai loro colleghi in materia di death metal, scevro da particolari contaminazioni extra-genere e/o forme di evoluzione musicale. Death metal e basta, insomma. A volte profondo e intimista ('The March'), a volte aggressivo, brutale ('Black Incantation').

Molto presenti, invece, gli inserimenti ambient, che non costituiscono contaminazione, come già detto, ma semplicemente un ausilio per donare al death metal dei Nostri ciò di cui hanno assolutamente bisogno: la visionarietà. Un apporto costante e discreto che definisce compiutamente una tipologia musicale adatta a dipingere le mirabili allucinazioni aventi come oggetto la vita sottomarina. Visionarietà che non può e non deve mancare in una proposta che ha come base testuale l'epopea dei Grandi Antichi. Il combo teutonico, allora, riesce a mettere in piedi uno stile dai toni drammatici, tetri, il cui odore di salsedine avvolge tutto "Hadal Ascending" ('Tales from the Depths', 'A Glowing in the Dark').

C'è anche da osservare che la tecnica strumentale in possesso degli Ichor è notevole, per cui riescono con facilità a mettere in piedi un impianto sonoro pressoché privo di difetti. A partire dal growling da manuale di Eric, passando per le chitarre di Daniel e Jo, immuni da critiche per via della loro eccellente presa sia in fase ritmica, sia in occasione degli assoli. Molto buona la sezione ritmica, verrebbe da dire svizzera per la sua precisione. Ma non solo, in grado di variare continuamente il ritmo passando dagli up-tempo sino alla follia dei blast-beats.

Tutto quanto sopra, alla fine, serve per donare linfa vitale alle song, ben variate attorno al nucleo centrale costituito dallo stile dell'ensemble. Peraltro comprendente, anche, una discreta dose di melodia ('Paridise or Perdition', 'In Ecstasy'). Canzoni che, evidentemente, hanno alle spalle una non indifferente dose di studio preparatorio, giacché molto buone nella loro struttura compositiva. Tutti i brani sono dotati di una rilevante personalità, senza che ciascuno prevalga sull'altro. Sintomo di una competenza non comune nel tratteggiare, con le note, l'eterna battaglia fra gli esseri umani e gli innominabili esseri che, da eoni, giacciono nelle fosse oceaniche. E, all'interno di ogni traccia, si ritrova un il leitmotiv del quintetto di Trier: totali decelerazioni alternate a improvvise, violente impennate dei BPM. Un altalenare che, anch'esso, contribuisce a definire una foggia musicale di primo livello. La quale, se così non fosse, non sarebbe in grado di dar luogo a componimenti complessi ma accattivanti come la closing-track, 'Conquering the Stars', ove l'immaginaria epopea lovecraftiana trova una delle vette più alte de platter.

Davvero bravi e interessanti, questi Ichor.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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