Recensione: Halo Of Blood

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Chi lo avrebbe mai detto? Dopo aver passato gli ultimi anni a cercare di rendersi più orecchiabili, ammiccando spudoratamente a un pubblico di giovanissimi con risultati che definire deludenti è un eufemismo, i Children Of Bodom riescono a piazzare una zampata degna dei loro entusiasmanti esordi, roba che neppure il più fiducioso dei membri della Hate Crew avrebbe osato sperare. Pur non essendo un capolavoro assoluto, “Halo Of Blood” è senza dubbio il disco migliore da loro prodotto nell’ultima decade e rimette decisamente in carreggiata la ciurma capitanata da Alexi Lahio, facendogli compiere un deciso salto rispetto alle pastoie in cui si erano impantanati con le ultime uscite.

Fondamentale per conseguire questo risultato è stato il recupero parziale delle sonorità che li avevano fatti balzare agli onori della cronaca ormai quindici anni fa, al contempo non allontanandosi troppo dalle soluzioni catchy dei tempi più recenti, riuscendo in una sintesi tanto dinamica quanto vincente. Nessuno stravolgimento stilistico insomma, i tratti somatici dei Bambini sono i soliti e si riconoscono dopo appena un’‘occhiata’ (il che, di per sé, è già un grande pregio) soltanto che stavolta sono stati opportunamente risaltati artisticamente e non soltanto grazie alla più che kitsch matita agli occhi del leader.  

Il singolo “Transference” aveva già anticipato la bontà dell’album, puro Bodom-style, fresco e in gradi di far centro sin dal primo ascolto come da troppo tempo non sentivamo. E il meglio doveva ancora venire! All’interno del CD, infatti, i finlandesi spiccano ancor più a livello compositivo, nella sempre ottima tecnica, con la chitarra di Alexi e le tastiere di Janne Warman come sempre protagonisti d’intrecci e duelli solisti e perché no, nel ritrovato senso estetico che riesce a benedire ogni singolo pezzo di una propria identità.

Da “Waste Of Skin” in avanti è un susseguirsi di brani coinvolgenti e intriganti, ora più melodici come “Scream For Silence” e “Bodom Blue Moon”, ora decisamente più cattivi, vedi “Your Days Are Numbered” che riporta alla memoria l’ormai classica “Hatebreeder”. Una citazione a parte meritano le due tracce più particolari del lotto: “Halo Of Blood” e “Dead Man’s Hand On You”. L’eponima canzone è una delle più feroci mai scritte da Lahio e compagni, le influenze black metal a mo’ di Dissection sono evidentissime nel riff e sull’infuriante blast beat, nonché nello screaming dello stesso biondo crinito cantante, per l’occasione assistito da Peter Tagtgren nella produzione delle parti vocali. La seconda invece passerà alla storia come il pezzo più lento della carriera, si evolve quasi come un’oscura power ballad, con tanto di cantato sofferto e recitato prima di giungere al tipico coro di grande effetto: esperimento riuscitissimo che permette inoltre di stemperare la tensione fin qui cumulata.

Il Lago Bodom torna a essere una meta sinistra e affascinante, le sue torbide acque hanno di nuovo la capacità di attirare e ammaliare, non opponente resistenza: il ‘buon’ Roy è già lì ad attendervi con l’ascia ben affilata.

Matteo Di Leo
 

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