Recensione: Hate

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Che la Nuclear Blast sia una vecchia e astuta volpe è fuori ombra di dubbio, e l’ultima prova lampante è il singolo nonché opener di “Hate”, “Reign Of Darkness”, lanciato in pompa magna qualche mese prima dell'uscita del disco. Il brano ha in effetti una certa presa, che ha innalzato la temperatura per questa nuova uscita degli australiani Thy Art Of Murder. Peccato che il risultato di questa chiara manovra commerciale sia un fuoco di paglia, poiché ascoltando i brani seguenti s’intuisce facilmente che tutto è incentrato su un deathcore che non dà mai la sensazione di provare a intraprendere strade inconsuete e vicoli proibiti.

Il tutto scorre come da routine, dal songwriting alle carrellate di riff e break sincopati che la voce di McMahon non è capace di assecondare, se non con metriche scontate e monocolori, non sfruttando la caratura del suo possente growl. Basti ascoltare i finali di “Reign Of Darkness” e “Vile Creations” per rendersi conto della carenza creativa in fase di costruzione dei brani. Stesso discorso per le introduzioni, che, escludendo qualche episodio (“Shadow Of Eternal Sin”), sono in sostanza tutte identiche o perlomeno simili. Eppure il buon inizio aveva dato l’illusione di un degno seguito di “The Destroyer”, ma purtroppo i dieci brani di "Hate" potrebbero esser paragonati al gioco delle tre carte, oppure a una semplice formula matematica: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia…anzi, addirittura peggiora. La retrocessione alle quattro corde dell’ex chitarrista Delander e il rinnovo di entrambi gli axe-men non ha apportato alcuna innovazione, così come il perfetto ma scontato drumming di Stanton. Perché se l’inizio mette una giusta predisposizione all’ascolto dopo pochi brani diventa stantio, pesante e di difficile digeribilità.

Prendendo brani random di questi trentacinque infiniti minuti, possiamo nominare il riffing di “Immolation” di chiaro stampo Cattle Decapitation o la sezione poliritmica di “Infinite Forms”, che da sola non riesce a risollevare il morale, anche perché il successivo solo di chitarra è tipico di un Malmsteen d’annata, con tanto di tapping e arpeggi diminuiti, che non dà un sussulto o un segnale incoraggiante ai nostri sensi, messi seriamente a dura prova. “Dead Sun” è incentrata su uno slow-time anch’esso sincopato che subito è disintegrato dal leitmotiv dell’intero disco, la monotonia divenuta forma tramite bordate, con una sezione melodica a mo di ritornello che s’immola per salvare momentaneamente il salvabile.

Che dire! Disco inutile, piatto, se siete in cerca di "emozioni da deathcore" dovete andare altrove. Purtroppo i Thy Art Of Murder non hanno saputo mantener fede alle attese, anzi le hanno disulluse con una prova negativa e priva di fantasia. Nemmeno un’eccellente produzione, che esalta ogni strumento in ogni singolo istante, e un’altrettanto magnifica copertina riescono a risollevare le sorti di Hate. Se il titolo era rivolto ai fan, non hanno impiegato molto per farsi odiare.

Che la fiaccola australiana si sia già spenta? Non possiamo dirlo in queste righe, di certo se vogliono tornare a calcare la scena e continuare la marcia intrapresa anni fa con “The Destroyer” devono prendersi un periodo piuttosto lungo di riflessione. Chiudo questo elogio alla monotonia, consapevole di esser stato contagiato, quindi lascio a voi l’arduo compito di proseguire, con la speranza che ne riusciate a trarre emozioni più interessanti di quelle (non) suscitate a chi scrive.

 

Vittorio "Dark Side" Sabelli

 

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