Recensione: Hegaiamas: a song for freedom

Di Fabio Martinez - 4 Marzo 2017 - 10:00
Hegaiamas: a song for freedom
Band: Need
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2017
Nazione:
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79

Gli Epigoni (composto greco di epì, “dopo”, e gònoi, “nati”) erano nella mitologia greca i figli di quei sette che combatterono contro Tebe, come racconta anche la famosa tragedia di Eschilo. Nella nostra lingua ‘epigono’ indica quell’artista che continua o addirittura imita le idee e le forme dei suoi predecessori. È parola, quindi, che ha ormai accezione negativa, mentre più precisamente dovrebbe rappresentare un seguace, termine invece che nell’immaginario comune ha valenza neutra, se non positiva.
Proprio dalla Grecia viene il gruppo protagonista di questa recensione, i Need. Questi greci, formatisi nel 2004 e già al loro quarto album, sono esattamente dei seguaci ma non proprio definibili epigoni, almeno non proprio nel significato attuale. Sono, infatti, continuatori eccellenti della tradizione prog metal mondiale, concentrando in loro la lezione delle migliori scene, quella americana, inglese, scandinava, australiana ecc. Certo non si discostano dai loro maestri e restano inquadrati dentro i confini tradizionali, che se per qualcuno possono essere limitanti, per altri sono magari punto di riferimento e, pur muovendosi in codesto recinto, i Need suonano egregiamente, divertono e continuano con un proprio stile acquisito, quello dell’equilibrio.
Il loro ultimo album, Hegaiamas: a song for freedom, colpisce subito con un’immediata e incantevole voce femminile (che purtroppo sentiremo solo rarissime altre volte nell’album e che ricorda quella degli ungheresi Dreamgrave), voce che apre “Rememory”, prima traccia inquadrante il suono e l’attitudine energetica e vigorosa del lavoro, il quale continua con gli ottimi virtuosismi di chitarra e tastiera di “Alltribe”. L’album prosegue sempre, tranne un’eccezione, su ottimi livelli, dove il cantato spicca per un’ottima interpretazione, nella quale si concede ruggiti più estremi, rari ma azzeccati. L’eccezione cui accennavo subito sopra è il dialogo che introduce la bella canzone “I.O.T.A.”, un dialogo appunto parlato e recitato, sempre in inglese, con scarsa partecipazione da una donna e da un uomo, che ricordano più un corso di inglese che un vero melologo (purtroppo pare qui totalmente trascurato se non ignorato il luminoso esempio dell’australiano Hibernal) e che ha un testo banale e scontato.
Dunque solo una caduta di stile in un’opera compatta, appassionante e rapente fin dal primo ascolto. Magari è un’opera che non dice nulla di nuovo, che semplicemente continua un già detto, ma è anche così che la musica si è evoluta, è anche grazie a chi tramanda con bravura e passione. Chiamate i Need epigoni, chiamateli, meglio, seguaci, ma soprattutto considerateli dei bravi e appassionati musicisti prog metal. Anche a loro un sentito grazie, se lo meritano.

 

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