Recensione: Hegemony

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Se esiste una band che al mondo ha sempre qualcosa da dire, questi sono proprio i Samael: entità caleidoscopica, multiforme, mai fine a se stessa e sempre solida e credibile in ogni produzione sfornata. La carriera degli svizzeri è un percorso invidiabile e disseminato di capolavori senza tempo in grado di dettare legge ancora oggi in un panorama sterile e sempre più privo di idee che contano. Hegemony è l’undicesimo album di questa grandiosa epopea ed è frutto di un freschissimo sodalizio con la sempre più importante Napalm Records. Fin dalle prime note dell’album si intuisce in maniera piuttosto semplice come in questo frangente non sia avvenuto nessun cambio di rotta nel sound dei Samael; Hegemony appare a livello musicale come la naturale prosecuzione del precedente Lux Mundi, né più né meno.

L’egemonia, con tanto di riferimenti massonici assortiti proposti nell’artwork, viene interpretata soddisfacendo quindi i fan della produzione più industriale e marziale degli elvetici e rimandando la festa di chi pensava avrebbero partorito un nuovo Above o un Worship Him. Il disco parte in quarta con l’accoppiata Hegemony Samael sparando due belle bordate nelle orecchie dell’ascoltatore e provocando ben più di un sano scapocciamento. I due brani sono solidi, dai ritornelli trascinanti e fanno la loro porca figura; la seguente Angel Of Wrath invece si rivela abbastanza prescindibile e strutturalmente priva di particolari guizzi. Rite Of Renewal riporta tutto in carreggiata con un tiro micidiale e risultando un brano piuttosto riuscito, con una serie di momenti di meravigliosa pesantezza e un incedere che dal vivo non farà prigionieri. 2 problemi a questo punto: siamo ancorati sui mid tempo per il 90% del disco e i brani a livello strutturale sono praticamente tutti uguali, finendo per essere clamorosamente prevedibili. Tracce quindi come Red Planet, col ritornello molto simile a quello di Hegemony, sono abbastanza telefonate e anonime. Fortunatamente Black Supremacy arriva necessaria come l’acqua e spezza il preambolo alla noia con una bordata ai mille all’ora in grado di scuotere l’ascoltatore e far ritornare la tracklist prepotentemente in carreggiata.

Murder Or Suicide, This World e Against All Enemies sono tre telefonatissimi mid tempo che scorrono sì in maniera piacevole ma senza colpo ferire: c’è la potenza e c’è il groove, ma di brani così i Samael ne hanno sfornati a quintalate e anche migliori! Land Of The Living si discosta un po’ dal trittico precedente con buone melodie; purtroppo però si torna sempre a quel tipo di ritornello e a quel tipo di mood, che sì funziona ma ormai appare quasi anacronistico. Dictate Of Transparency conclude il lotto dei brani inediti in tracklist e cambia un po’ le carte in tavola inserendo accelerazioni e variazioni sul tema, che sono sì ben accolte ma arrivano francamente in ritardo e non aiutate da una tracklist che a questo punto non risulta lucidissima. A confermare il tutto arriva una cover abbastanza prescindibile di Helter Skelter dei Beatles, che finisce per essere archiviata come l’ennesimo mid tempo e nulla più. Storm Of Fire è l’unica bonus track e non serve praticamente a nulla, potrebbe anche essere intercambiabile con alcuni brani precedenti e non se ne sentirebbe nemmeno la differenza.

Il 2017 è sicuramente l’anno degli album discreti dati alle stampe da parecchie band più o meno grosse; la mancanza della carta vincente sembra aver colpito qua e là in tutti i generi calmierando i punteggi e offrendo valori artistici facilmente superabili. La nuova fatica dei Samael si colloca appunto in questo strano maelstrom e risulta più un’occasione mancata che altro. Hegemony è un disco con molti brani buoni ma anche con alcuni filler che finiscono per annoiare parecchio l’ascoltatore; vi è poca varietà e una stanchezza di idee di base che non si era mai sentita in casa Samael prima d’ora. Ci può assolutamente stare e non siamo di certo preoccupati; non bastano però oggi una produzione bombastica e una manciata di buoni brani per fare un gran disco. Per ottenere un’ottima opera bisognerebbe prendere i 4 - 5 migliori brani di Lux Mundi e unirli con i 4 -5 di Hegemony; purtroppo ci dobbiamo accontentare di due dischi riusciti a metà, e il precedente appare addirittura molto più riuscito e fresco rispetto a quest’ultimo. Non aiuta nemmeno il minutaggio che si assesta, bonus track inclusa, sui cinquantuno minuti: francamente troppi e il riascolto risulta inficiato dall'uso del tasto skip per poter arrivare subito ai brani migliori del lotto.

Un gran peccato quindi. Da una band a livello medio/alto come i Samael è sicuramente lecito aspettarci di più di questo Hegemony, che appare ben al di sotto delle reali possibilità della band svizzera e potrebbe deludere un pubblico abituato benissimo nel corso degli anni. Siamo però certi che con la prossima uscita ci sarà una netta ripresa e che episodi come questo, per quanto totalmente salvabili, verranno solo ricordati come piccoli incidenti di percorso. 

 
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