Recensione: Hel

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Ho seguito l’evoluzione dei faroesi Týr con sempre maggiore apprensione, dagli a mio avviso sfolgoranti e personalissimi esordi – cesellati in un magistrale mix di viking e prog introspettivo e malinconico – alla progressiva ricerca, da un certo punto della loro carriera in avanti, di soluzioni più semplici, dirette e, seppur sempre ben eseguite, anche molto più canoniche. Anche il precedente “Valkyrja”, nonostante le sue indubbie qualità (per non parlare della sua copertina a mio avviso superba) non mi aveva per nulla entusiasmato, per via di una resa finale troppo caciarona, frenetica e powereggiante. Non nego, pertanto, di essere rimasto piuttosto sorpreso da questo “Hel”, ultimo album del combo nordico, in uscita proprio oggi. Sono trascorsi sei anni da “Valkyrja” e in questo periodo i nostri vichinghi non sono rimasti con le mani in mano, ma si sono presi del tempo per affinare ulteriormente il proprio stile e limare gli spigoli, diciamo così, aggiungendo all’amalgama consolidato con gli ultimi lavori qualche elemento nuovo e anche qualche elemento vecchio. Prima di essere frainteso mi fermo subito: non si tratta di un ritorno al passato, il percorso musicale dei Týr è ormai chiaro ed evidente da tempo, ma mi sembra innegabile che durante l’ascolto di “Hel” riecheggino, di tanto in tanto, atmosfere e cadenze dei primi album, che si aggiungono al tappeto sonoro attuale e ad elementi inediti, creando un mix interessante e bilanciato in cui il vecchio si amalgama al nuovo e, per una strana alchimia, produce qualcosa di superiore alla somma degli addendi di partenza. Ogni fattore di “Hel” è studiato per fondersi con ciò che gli sta intorno, modellando una struttura fluida e cangiante in cui ogni aspetto precedentemente incontrato nella discografia dei nostri è presente e convive in maniera organica con tutti gli altri; il risultato è un album composito ma al tempo stesso anche molto omogeneo, benedetto dal particolarissimo feeling che i Týr riescono sempre ad imprimere ai loro album. Torna a far capolino la componente folk, piuttosto latitante in “Valkyrja”, e i ritmi ricominciano a farsi abbastanza variegati, tanto che i cambi di tempo durante le singole canzoni tornano ad essere, se non comuni, almeno più comuni; le velocità si fanno meno frenetiche, perdendo un po’ della tracotanza sfacciata degli ultimi tempi e guadagnando di nuovo almeno un pizzico di quel profumo solenne e un po’ sognante che aveva contraddistinto i primi capitoli dei nostri, senza per questo limitarsi ad un banale ripescaggio dell'ultimo minuto per accontentare i vecchi fan. Lasciatemelo ripetere: la base su cui ci si muove è ancora solidamente improntata a un heavy metal classico, e durante le tracce più spinte questo si avverte in modo evidente; ciò che differenzia davvero “Hel” dal suo più immediato predecessore è che su questa base viene sviluppato un discorso più ampio ed elaborato, che permette ai Týr di affiancare alle furenti scorribande di chitarre del recente passato (“Gates of Hell”, in cui tra l’altro il buon Heri si dedica anche a un po’ di sane harsh vocals, o anche “Fire and Flame”) passaggi più contemplativi, rallentamenti granitici e minacciosi e addirittura svolazzi dal profumo neoclassico (si veda l’incipit di “Songs of War”, traccia peraltro piuttosto articolata) o ai limiti del pop. Il tutto, naturalmente, abilmente guarnito dal gusto dei quattro per le melodie e i cori, che permeano l’album ammantandolo di quell’aura antica e a tratti ieratica che mi piace tanto. Non mancano momenti quasi scanzonati nella loro carica propositiva e solare (“Far From the Worries of the World” per esempio, col suo arpeggio finale che mi ha ricordato la branduardianaFiera dell’Est”) e rielaborazioni metal di ballate tipiche delle isole Far Oer (“Ragnars Kvædi” e “Álvur Kongur”, cantate rigorosamente in madrelingua), così come momenti più carichi di pathos e avvolti da un sottile alone di tristezza e malinconia (“Sunset Shore”, scelta tra l’altro per la pubblicazione di un video) che, però, non è mai predominante ma si limita a profumare l’aria qua e là.
Come al solito, le capacità strumentali del gruppo non si discutono e anche i nuovi entrati riescono a dare il loro contributo al risultato finale: anche durante i momenti più destabilizzanti (e ce ne sono almeno un paio, perlomeno durante i primi ascolti) il feeling dei nostri e l’affiatamento sono immediatamente percepibili, consentendo ad ogni traccia di mantenere la propria personalità all’interno dell’album. Prima di concludere, mi si conceda un plauso anche alla notevole copertina, arrogante e giustamente minacciosa senza scadere nell'eccessivamente pacchiano: so che non c'entra molto, ma anche l'occhio vuole la sua parte.

Hel” mi ha decisamente soddisfatto, spazzando via buona parte delle mie ansie nel giro di una manciata di ascolti; certo, alcuni passaggi non esaltanti ci sono, ma cionondimeno mi sento di dire che i Týr hanno confezionato un signor album, e pur senza inventare nulla riescono a rielaborare quanto fatto nel passato remoto e recente e lo amalgamano in modo egregio, creando così una sorta di summa definitiva della loro proposta. Ben fatto.

 
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