Recensione: Hexed

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Il decimo album dei Children Of Bodom, come sempre attesissimo, arriva quattro anni dopo il non esaltante I Worship Chaos e si colloca prepotentemente in una discografia che ormai da tempo ha smesso di offrire capolavori ma che in ogni caso, anche in periodi recenti, ha saputo sparare qualche gran bella cartuccia. La formazione presente sul disco, contrariamente a quella a quattro dell’opera precedente, aggiunge la seconda chitarra Daniel Freyberg e finalmente completa una line up che sembrava un po’traballare dopo la dipartita di Roope Latvala. La copertina, molto bella, è ad opera di Denis Forkas e, come da tradizione, offre il Reaper con una tonalità di colore diversa e mai usata dalla band, in questo caso il viola. Le premesse per fare bene c’erano tutte e le aspettative in questo caso non sono di certo state disilluse, vediamo perchè.

Hexed è un disco solido, composto da undici brani più tre inutili bonus tracks, prodotto e concepito ottimamente. Il sound dei Children di oggi è molto differente da quello degli inizi e risulta molto meno arzigogolato; il processo di scrematura del songwriting era già iniziato parecchio tempo fa con risultati non sempre a fuoco e trova qui una valvola di sfogo che rende tutto molto omogeneo e fruibile. Strutturalmente i brani rimangono sul classico e non offrono molte sorprese in questo senso; la tracklist però possiamo definirla furba, in quanto finirà alla lunga per conquistare un po’ tutti senza forzare troppo la mano e tenendo bene il piede nelle tre o quattro scarpe che indossa. Il funzionamento di Hexed sta proprio qui: non è troppo pesante ma neanche troppo leggero, non è pieno di barocchismi ma non li ha nemmeno abbandonati, non è un’opera furiosa ma nemmeno molle e via dicendo. La parola d’ordine qui è l’equilibro, e questo fa si che anche i brani meno riusciti del lotto scorrano alla perfezione senza mai invogliare l’ascoltatore a premere il tasto skip o addirittura lo stop.

Le prime due cartucce ad essere sparate sono brani già noti e pubblicati come anteprime: The Road, contrariamente all’assalto che ci si aspetta ad inizio album, parte in sordina stendendo e preparando il terreno alla fantastica Under Grass and Clover. Solare, ariosa e con tutte le carte in regola per ottenere un posto fisso nelle setlist dal vivo, il brano soddisfa in pieno e la tensione rimane anche durante la seguente Glass Houses. Il mood cambia però con Hecate's Nightmare, che rallenta le ostilità è ha un piglio horrorifico piuttosto ben imbastito, sia da Janne che dai riff di chitarra ed è un gran bel pezzo. Kick In The Spleen mette il piede sull’acceleratore ed è un bel campionario di ostilità che si assesta su qualità discreta e cresce piuttosto bene nel ponte con ottime parti strumentali.

Platitudes And Barren Words è il terzo brano offerto come anteprima  e anche qui siamo su territori più che orecchiabili; spuntano le clean piuttosto bastarde di Alexi in fase di ritornello e il ponte è ancora una volta grandioso. La titletrack e la sua strofa n 2/4 fanno la loro porchissima figura; si alterna il tutto con una buona dose di groove e il ritornello con “Hexed” sbraitato tutti in coro dal vivo farà sfracelli.  Se volete ora un buon filler eccolo servito: Relapse (The Nature of My Crime) non è proprio nulla di particolare ma, come detto prima, si tratta comunque di un brano che si lascia ascoltare e che prepara il giusto terreno a Say Never Look Back, che ha dalla sua un riff più assassino dell’altro ed è sicuramente uno dei pezzi migliori del lotto.

Gran finale affidato all’accoppiata Soon Departed e Knuckleduster: la prima è un buon lentaccio mentre la seconda è un altro grande brano, potente, con un bel tiro e che si pone come il finale perfetto.

La versione limitata in digipack di Hexed ha in più tre prescindibilissimi brani: I Worship Chaos e Morrigan live e un remix di Knuckleduster . Nulla di che, in questo senso si sarebbe potuto fare meglio dando qualcosa di più ai fan ma pazienza. Di ben altro spessore invece l’esauritissimo cofanetto dell’album, che viene accompagnato da una statua del Reaper in persona e diventerà presto un ambitissimo oggetto per collezionisti.

I Children Of Bodom tornano in grande stile con un disco che finalmente possiamo definire bello, solido, e che piacerà davvero a molta gente. Di capolavori ovviamente nemmeno l’ombra e non crediamo che sia questo lo scopo odierno della band; la voglia però di scrivere ottimi brani e di divertire sembra sia ancora ben radicata nei finlandesi e in Hexed si sente tutta. Qualche sbavatura c’è: basso inesistente, alcune linee vocali non felicissime e un altro brano veloce, magari con una ripresa dei blast beat di Halo Of Blood, avrebbe dato più dinamicità ai molti mid e up tempo presenti. Tutto sommato però, il lavoro convince sotto quasi tutti i punti di vista e ci auguriamo che la qualità proposta sia sempre in futuro almeno su questi livelli. Se siete vecchi fan dei Children rimarrete più che soddisfatti, se li avete persi per strada qualche disco fa è il momento giusto per riscoprirli; se invece non li conoscete Hexed è un buon punto di inizio prima di passare ai primi più complessi lavori. Come detto prima, disco intelligente e furbo, e non è poco.

 
75