Recensione: Highway of Heroes

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Se un qualsiasi metallaro della vecchia scuola mi dovesse porre la fatidica domanda "Eh, ma dimmi, quali dischi di oggi metteresti alla pari con i grandi classici del passato?" di sicuro, fino ad oggi, ci avrei messo non poco nel porre a mia volta una risposta sicura. Principalmente perché qualunque sarà la mai risposta, per i soliti noti la mai risposta non sarà mai all'altezza dei grandi nomi del passato. Strano, perché un disco come "Highway of Heroes" non ti esce mica tutti i giorni. Eppure, sempre per i soliti noti, magari questo disco non sarà nulla di che. Bene, non sanno cosa si perdono.

Non lo sanno in quanto mi sento di affermare pienamente che tale quarta fatica discografica dei finora misconosciuti (almeno tra i confini italiani) metaller svedesi Screamer non sfigurebbe di fianco al confronto di numerose perle Heavy/Speed del passato. Pur non scomodando affatto divinità del calibro di Judas Priest e Iron Maiden, "Highway of Heroes" rappresenta in un modo tutto suo la voglia d'intendere l'Acciaio in musica. E la A maiuscola non è casuale per nulla.

La produzione vecchia scuola, interamente analogica ma non per questo poco potente, ricorda nelle intenzioni dischi del calibro di "Angel Witch" oppure "Feelings of Fury" dei mai troppo lodati Ostrogoth (qui recensito dal sottoscritto qualche anno fa). Il songwriting è semplice, diretto, azzeccatissimo con le sue melodie tanto potenti quanto catchy senza per questo risultare mai banali o zuccherose. Le prestazioni dei singoli musicisti paiono quasi prendere vita, data la passione trasudata da ogni singola nota di questo splendido platter.

Troppa passione la mia? Forse sì. O forse è solo manifestazione di un sincero orgoglio nel rendersi conto del vero potenziale di un disco che probabilmente, nei mesi a venire, passerà totalmente inosservato e il che significa, a sua volta, imparzialità nel giudicarlo. Passione e imparzialità possono convivere? In realtà sì, se si parla per conto di dischi del calibro di "Highway of Heroes".

Ma andiamoci piano. O almeno proviamoci.

Il disco si apre con 'Ride On', forse il brano più 'Prestiano' del lotto ma non per questo meno personale rispetto al resto. Sin da subito, si nota la potentissima ugola del biondo vocalist Andreas Wikström il quale, già in questo brano di apertura, mostra tutte le sue sfumature. Un brano aggressivo, dal suono tagliente e dai riff tanto classici quanto sempre validi: lo stile degli svedesi forse non sarà la cosa esattamente più originale del pianeta ma questo disco, infarcito con questi pezzi tanto brevi quanto efficaci e trascinanti che richiamano in egual misura Judas Priest, Iron Maiden (ricorrenti nelle frequenti chitarre intrecciate) e Kiss (questi ultimi prepotentissimi nelle melodie dei ritornelli, soprattutto nei brani che costituiscono la parte finale del disco) senza ricordarne allo stesso tempo nessuno in particolare grazie alla personale quanto perfetta miscela delle diverse influenze, si rivela con il passare degli ascolti un autentico Capolavoro del suo genere.

Le atmosfere sono sapientemente variegate all'interno dei singoli brani, pur non perdendo mai un semplice filo conduttore di fondo, vale a dire quello di proporre brani mai eccessivamente lunghi, mai troppo elaborati eppure dannatamente trascinanti e perfettamente riconoscibili, grazie soprattutto alle melodie vocali scolpite dal sopra citato vocalist. Il resto della band viaggia iconica forgiando nell'acciaio il proprio contributo ora col basso metallico (insomma, Steve Harris è dietro l'angolo) sempre in piena evidenza nel mix di Fredrik Svensson Carlström, ora con i soli dei chitarristi Anton Fingal e Dejan Rosic (memorabile il solo della title-track). Il contributo ritmico offerto dal batterista Henrik Petersson, figlio del Clive Burr (che riposi in pace...) più essenziale e diretto (soprattutto nei suoi giochi sui tom, qui perfettamente tributati con la giusta personalità), si rivela perfetto incastro per tutto il discorso a sette note qui presentato all'ascoltatore. L'ugola del già più volte citato Andreas Wikström, dal canto suo, ricorda da moltissimi punti di vista una versione rinnovata di quella dell'immenso Paul Stanley, soprattutto per il suo modo del tutto unico di 'pilotare' le vocali qui ripreso appieno, oltre che per una certa maniera di impostare i controcori (backing vocals per i più anglofoni). Quando 'strilla' invece, la sua ugola vuole ricordare una versione del tutto personale del primo Rob Halford, regalandoci momenti di piacevole estasi metallica.

Quanto ai pezzi, difficile scegliere un brano migliore (anche se 'Out of the Dark' è sicuramente dotato del più soprendente ritornello di tutto il lotto proposto, quasi come se avessimo a che fare con un Paul Stanley devoto allo Speed Metal), in quanto ogni pezzo qui presente rappresenta un potenziale hit single da cantare a riascoltare e riascoltare fino allo sfinimento, segno solo dei Capolavori veri, privi di un qualsivoglia pezzo riempitivo di fondo.

Contornato da una produzione 'autentica', per nulla digitale (o almeno così sembra, e comunque in ogni caso l'effetto 'full analog' è sapientemente ricreato, rappresentando a tutti gli effetti una versione potenziata e leggermente più compressa delle tipiche registrazioni su nastro scolpite negli anni '80) e da un artwork completamente devoto agli anni '80 che furono "Highway of Heroes", lungo il giusto quanto a durata complessiva e senza troppi fronzoli fino alla fine, è semplicemente un disco che qualsiasi vero Defender deve possedere, in grado di non sfigurare al fianco di certi capolavori storici del passato che hanno a loro tempo fatto la storia del genere.

Compratelo a scatola chiusa, non ve ne pentirete.

Sono certo che 'Rider of Death' diverrà uno dei vostri nuovi inni personali.

 
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