Recensione: Holy Quest

Di Daniele Balestrieri - 18 Ottobre 2002 - 0:00
Holy Quest
Band: Firbholg
Etichetta:
Genere:
Anno: 2002
Nazione:
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73

Dal cuore dell’Umbria, terra boscosa di indiscutibili tradizioni e leggende, arrivano i Firbholg, prodighi figli di un’Italia del metal concettuale che, a spinte, tenta di emergere dal miasma delle band underground con un nome, una tecnica e poco passato.

Tanta grazia la dobbiamo nientemeno che a Paul Chain, produttore e padre dei Death SS, che deve evidentemente aver preso molto sul serio questa band. Ciò che salta immediatamente all’occhio, infatti, è come la produzione di questo album sia davvero impeccabile. Logo e copertina infatti sono di ottimo gusto, le incisioni sul CD sono di gran classe e tutto il libretto è contornato dalle ottime illustrazioni di Federico “lu Bruce” Sfascia, che attorciglia dragoni, spiriti e guerrieri ai testi che compongono le otto canzoni di questo “Holy Quest”.

 

Il nome di Paul Chain non deve però associare questa band ai death SS: questi Firbholg infatti trattano un genere molto complesso, a mio avviso, da far “riuscire”, ovvero il black metal melodico/epico, sulla falsariga, insomma di Einherjer o Immortal. Le otto canzoni infatti seguono un percorso ben preciso, creando un concept album che finora ho avuto modo di vedere, ben sviluppato, solo in gruppi stranieri. Infatti mi ricordano molto proprio gli Einherjer, sia come sonorità che come inserti folk. Le chitarre infatti si alternano, ora suonate in maniera classica come mera atmosfera, ora incalzanti come in ogni buon black metal che si rispetti. È inevitabile non accostarli a un’altra band italiana che ha prodotto un concept album dello stesso genere, proprio basato sulle leggende celtiche, ovvero gli Aisling di Trieste. I Firbholg da cui traggono il nome, infatti, sono una razza di umanoidi di larghe dimensioni, di cui le leggende celtiche e irlandesi fanno largo uso. Esattamente come gli Aisling, anche qui ci troviamo di fronte a un prodotto terminato di buona fattura, con un cantato semi-screaming lievemente decadente, come si confà a questo genere di black/folk di stampo nordico.

 

L’album in sé è piacevole da ascoltare, anche se le canzoni purtroppo non hanno molto mordente, complice probabilmente una voce che non varia molto durante tutte le canzoni, caratteristica che trae poco giovamento dalle melodie un po’ malinconiche e lente. La lentezza cadenzata di buona parte dei brani può indurre alla noia e alla non-percezione della diversità globale dell’album, che pure inizia veloce e termina con una ballata quasi medievale di grande atmosfera. In sé la composizione è di buon livello, la tecnica c’è e si sente, anche se le chitarre hanno deciso sopravvento rispetto alla batteria, ma questi sono tutti discorsi che hanno poco peso per una band agli esordi, che già è spalleggiata da una produzione così importante, e già si regge su un terreno molto fertile. Il prodotto è decisamente da promuovere, e personalmente mi rincuora il notare che altre band italiane stanno seguendo la direzione del concept, e stanno curando l’immagine e la “storia” che circonda tutta la propria produzione. È un inizio intelligente per procurarsi dei fan al primo colpo, e denota anche una voglia di aggiungere del significato tra le urla di un metal dalle sorgenti leggendarie.

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