Recensione: Honor Found In Decay

Di Tiziano Marasco - 4 Febbraio 2013 - 0:00
Honor Found In Decay
Band: Neurosis
Etichetta:
Genere:
Anno: 2012
Nazione:
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65

Tornano, dopo lunghissima pausa, i Neurosis, storica band del metal d’oltreoceano, giunta ormai al traguardo del decimo album e dei ventisette anni di onorata carriera. Ventisette anni durante i quali il gruppo di Oakland si è reso protagonista di un viaggio straordinario, durante il quale ha rivoluzionato il thrash di scuola americana, combinandolo al doom europeo (dai My Dying Bride in là) ed inserendo soluzioni più tecniche e cerebrali. Idee che sarebbero state d’esempio agli Isis, ai Tool e a tutti gli alfieri del post metal che avrebbero imperversato nel nuovo millennio.  

Iniziato dalla svolta di Souls At Zero, culminato con Through Silver In Blood e limato in A Sun That Never Sets, questo percorso sonoro ha portato i Neurosis a confermarsi come scheggia impazzita del panorama musicale planetario. Troppo tecnici e dilatati per essere doom, troppo malati ed affatto accademici per rientrare nel post, i nostri sono una band unica ed inimitabile. Ritornano ora con Honor Found In Decay, un disco che conferma su tutta la linea il discorso portato avanti sinora. Vale a dire che conferma le coordinate sonore della band, ma non indaga nuove lande sconosciute. Il che risulta ad un tempo garanzia di qualità e pericolo di noia.  

Ad ogni modo, sin dalla struttura Honor Found In Decay si presenta come caratteristico: poche composizioni (sette) a coprire un’ora di musica dilatata e sofferta, sorretta da quelli che oramai sono due autentici pilastri: da un lato troviamo la voce di Scott Kelly un vero e proprio marchio di fabbrica, grezza e rauca ma pur sempre distante da un growl in senso stretto. Coreografia naturale di Kelly sono le chitarre di Steve Von Till, ad un tempo sporche e meditabonde, chitarre che disegnano trame semplici e ripetitive.   

Ciascuno dei sette episodi dà modo ai due cantori di esaltare le proprie capacità, dando il meglio, come d’abitudine, nei brani dal minutaggio più esteso, laddove la ripetitività si fa ipnosi. Steve Von Till dona il meglio nell’avvolgente My Heart For Deliverance dove troviamo sugli scudi delle chitarre ripetute all’infinito e molto più calde, che trascinano i nostri quasi ai confini di quel post metal nominato in apertura. Kelly invece fa sfoggio della sua duttilità vocale in At The Well: un pezzo molto legato al thrash e caratterizzato da una struttura più complessa, in pieno stile Neurosis, fatta di cambi di ritmo e altalene tra parti cupe e sinistre in alternanza con brusche sfuriate. Casting Of The Ages ancora, probabilmente il miglior pezzo del lotto, può essere una sintesi tra i due brani appena descritti. Marcia funebre imponente, indolente inno alla decadenza citata nel titolo, si distingue per il suo respiro epico e drammatico, soluzione perfetta di genio e disperazione.  

Insomma, non è difficile capire che i fan della band, così come tutti gli amanti della buona musica, troveranno l’ormai proverbiale pane per i loro timpani. Rimane però una certa amarezza di fondo nel notare che i nostri, al di là di alcune atmosfere epico-goticheggianti, non ci offrono brusche sterzate sonore né sorprendenti innovazioni. Dai tempi di A Sun That Never Sets infatti i dischi dei Neurosis non ci hanno mai proposto sussulti stilistici rilevanti. Se teniamo poi conto del fatto che Honor Found In Decay arriva dopo cinque anni di pausa, un’idea si fa strada nelle nostre menti: l’idea che la band di Oakland, così come molte altre, abbia trovato una sua forma, certo ibrida ed inconfondibile, certo di qualità e talento indiscusso, eppure destinata a ripetersi fino a fossilizzarsi.  

Tiziano “Vlkodlak” Marasco    

 

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Tracklist

01. “We All Rage in Gold”   6:36
02. “At The Well”   10:21
03. “My Heart For Deliverance”   11:40
04. “Bleeding The Pigs”   7:20
05. “Casting Of The Ages”   10:03
06. “All Is Found…in Time”   8:50
07. “Raise the Dawn”   5:57      

Line Up

Scott Kelly
Steve Von Till
Dave Edwardson
Jason Roeder

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