Recensione: Honor Is Dead

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Il loro passato è indubbiamente ingombrante, sia a causa del ruolo rivestito dagli As I Lay Dying all’interno della scena metalcore degli anni duemila, sia a causa delle poco edificanti vicende di cronaca che hanno di fatto sancito la sospensione a tempo indeterminato di quel progetto in favore dell’ingaggio di un nuovo cantante e della ripartenza da zero con un nuovo monicker. D’altro canto, continuare a parlare dei Wovenwar facendo riferimento al pur glorioso passato, è certamente alquanto ingeneroso nei confronti di una band già autrice di un buonissimo debut album e da poco tornata in campo con un disco nuovo di zecca in grado di alzare ulteriormente la posta.

“Honor Is Dead” è, in quattro parole, una vera e propria bomba di metalcore melodico di fattura assolutamente pregevole, magari non troppo originale dal punto di vista dei contenuti quanto assolutamente maturo, equilibrato e soddisfacente per chiunque prediliga questo genere di sonorità.

“Confession”, “Censorship” e la debordante title track miscelano in maniera sapiente riff rocciosi e ritmiche di gran traino con le linee vocali di uno Shane Blay mai così ispirato e calato al 100% nel ruolo di main vocalist, tanto a proprio agio con le ottime clean vocals quanto con gli esaltanti growl/scream. Ma che dire, d’altro canto, della violenta “Lines In The Sand” o della più orecchiabile “World On Fire”? Cambiano le dosi ma non la ricetta e men che meno il risultato: due pezzi nel contempo pesanti e cantabili che trascinano l’ascoltatore fino alla delicata “Compass”, una vera e propria «pausa nel bel mezzo della tempesta», come suggerito dall’evocativo ritornello, in grado di mettere in luce tutte le qualità di un cantante finora davvero troppo troppo sottovalutato e ormai assurto al ruolo di asso nella manica del quintetto statunitense.

La seconda metà della tracklist non fa sconti e si permette anzi di aumentare il voltaggio grazie a pezzi come la devastante “Stones Thrown” - con nota di merito per il gran lavoro alle chitarre della coppia d’asce Sgrosso/Hipa – e la potentissima “Cascade”, due esempi perfettamente esplicativi delle potenzialità e della gamma espressiva dei Wovenwar.

Dopo “Compass”, Jordan Mancino e Josh Gilbert trovano un altro po’ di tregua dal loro forsennato randellare su pelli e quattro-corde nella malinconica “Silhouette”, di nuovo palcoscenico per l’ugola d’oro di Blay, al pari della successiva “Bloodletter”, pur spezzata in due da un emozionante finale strappa corde vocali, e della conclusiva e velocissima “130”.

“Honor Is Dead” è un album che non inventa nulla ma che imprime a fuoco il logo dei Wovenwar nel panorama metalcore, configurandosi come una delle migliori uscite di genere (ma non solo) di tutto il 2016 e marcando un netto passo in avanti rispetto all'esordio. Se non amate questo tipo di sonorità, difficilmente cambierete idea dopo l’ascolto delle undici canzoni in scaletta, in caso contrario state pur certi che troverete pane per i vostri denti.

Stefano Burini

 

 
80