Recensione: Horror Music II - 1997/2007

inserito da

Nel 1996 usciva Horror Music – The Best of Death SS, quindici canzoni racchiuse in un Cd alloggiato all’interno di una arrapante confezione per 33 giri, sotto l’egida della Lucifer Rising Records. Il pacchetto comprendeva anche otto “vere” pagine – il formato era appunto quello classico per Lp, quindi con il giusto spazio a disposizione per poter confezionare qualcosa di artistico – nelle quali il giornalista Beppe Riva, abbinandola a belle foto, raccontava la storia della band, sia in lingua italiana che in lingua inglese. Al netto di qualche omissis, come è inevitabile che accada in questi casi, nel momento in cui si è alle prese con una ridda di pezzi killer fra i quali operare delle scelte, l’obiettivo di fotografare quanto fatto fino a quel momento da parte del Combo Maledetto riuscì più che bene, grazie anche a un paio di chicche poste sul finale del lavoro: "Black & Violet e Chains of Death", entrambe totalmente risuonate e passate agli annali come version ‘95.     

Come ben si sa, poi, le vicende dei Death SS continuarono alla grande, inanellando una serie di album che fecero molto parlare di sé: "Do What Thou Wilt" (1997), "Panic" (2000), "Humanomalies" (2002) e "The 7th Seal" (2006). Dischi controversi che in dieci anni, apparentemente, rivoltarono come un calzino sia l’immagine che l’attitudine della band, a quel punto non più inscrivibile all’interno dei soli ambiti legati all’heavy metal classico e al Doom. D’altronde l’inquietudine artistica di un personaggio come Steve Sylvester è cosa risaputa, così come la sua propensione ad andare oltre gli schemi mentali precostituiti. Sempre meno le certezze legate al passato remoto, quindi, a partire dall’utilizzo di un nuovo logo e apertura all’Elettronica, al Dark Industrial e all’effettistica d’avanguardia. Un’opera di rivoluzione interna epocale che diede una scossa all’intero panorama musicale italiano e che riuscì miracolosamente a convertire anche qualche die hard fan della prima ora, in virtù di un percorso a proprio modo coerente fatto di scelte coraggiose rivolte al futuro, anticipatrici – e pure bellamente scopiazzate da personaggi d’oltrefrontiera, che coi costruirono sopra una carriera – ma che mai e poi mai recisero del tutto il nero cordone ombelicale con il primo, catacombale periodo di vita del gruppo.

"Horror Music – Singles, Outtakes and Rare Tracks 1997/2007", licenziato dalla label messicana Under Fire Records, nonché oggetto della recensione, fornisce un quadro esauriente ed esaustivo di quanto realizzato dai Death SS nei dieci anni rappresentati nel titolo. Incarnando il naturale seguito di "Horror Music I" del ’96, il packaging prevede due Cd alloggiati - purtroppo male - in una confezione a doppio ellepì in formato leggermente ridotto apribile, con all’interno i testi di tutti i trentun brani previsti e, per finire, un libro di otto pagine a grandezza Lp con la storia del gruppo di quel decennio raccontata da Steven Rich in lingua sia italiana che inglese, accompagnata da foto e disegni a tema.

Molti dei brani citati all’interno del narrato sono presenti nei due cd, a costituire una ipotetica colonna sonora da spararsi idealmente durante la lettura delle vicende legate al combo di stanza a Firenze: "Baron Samedi", "Scarlet Woman", "Hi-Tech Jesus", "Panic", "Lady of Babylon", "Transylvania" e "Sinful Dove". Brani innovativi, certo, ma a scanso di equivoci, a testimoniare che quando c’è da mazzolare i Death SS ci sanno sempre fare, alla grande, "Horror II" piazza in scaletta due mazzate di heavy fucking metal possente e veloce del calibro di "Straight to Hell" e "Guardian Angel", con quest’ultima scritta da SS insieme con Andy Panigada dei Bulldozer, altro Signore del rumore made in Italy.  

Una raccolta che come secondo nome fa "Singles, Outtakes and Rare Tracks" non poteva di certo esimersi dal dispensare chicche su chicche, ove la parte del leone la fanno varie cover interpretate dai nostri, fra le quali svettano il classicone "Come to the Sabbat" dei Black Widow - purtroppo persosi nei meandri della lavorazione ed erroneamente sostituito dalla comunque superba "In Ancient Days" - e "The Four Horsemen" degli Aphrodite’s Child, canzone tratta dall’album "666 (The Apocalypse of John, 13/18)" del 1972 con Demis Roussos, purtroppo scomparso il 25 gennaio di quest’anno, alla voce.

Vengono poi passati al setaccio pezzi appartenenti ad Atomic Rooster, High Tide, D-A-D e The Gun più altre primizie, oltre a qualche episodio evitabile, andando a comporre l’ossatura dei due dischetti ottici atti a disegnare il perimetro artistico di una band mai doma: "Magick", brano da "Rock Arena", la dissacrante e divertente "Crazy Horses" degli Osmonds (1972) per arrivare al Pop imbastardito di "Love Resurrection" (Alyson Moyet, 1984), che definire sfidante suona quasi come un eufemismo, a segnare uno fra gli episodi più interessanti di "Horror II".

Tornando ai Death SS autori, da segnalare la sana e benefica porzione di Horror cinematografico garantita da "Thrillseeker", la pesantezza atavica contenuta in "The Book of the Law" e "La Voie Lactée", canzone straniante, magnetica, ove Sylvester e sodali esprimono il mistero ancestrale contenuto nel loro Dna.

In definitiva "Horror II" è uscita stuzzicante, particolare, che traccia un decennio di storia di una band che costituisce un unicum non solo a livello italiano: acquisto obbligatorio per i numerosi ultras dei Death SS, ma non solo…

Fabio Vellata

 

 
75