Recensione: Hot Cakes

Di Stefano Burini - 1 Settembre 2012 - 0:00
Hot Cakes
Band: The Darkness
Etichetta:
Genere:
Anno: 2012
Nazione:
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80

La storia dei The Darkness la conosciamo ormai più o meno tutti, dai lussuosi esordi con l’ottimo “Permission To Land”, targato 2003, che valse agli Hawkins brothers, a Frankie Poullain e ad Ed Graham il titolo di new sensation, passando per quel mezzo flop che risponde al nome di “One Way Ticket To Hell…And Back!” e gli anni successivi, i più bui dell’ancor breve storia del gruppo inglese. Tra litigi, problemi di droga che hanno visto coinvolto il leader Justin Hawkins, il successivo scioglimento e l’effimera parentesi degli Stone Gods, capitanati da Richie Edwards, inizialmente chiamato a fare le veci di Poullain e poi divenuto leader dei “sopravvissuti”, la parabola dei The Darkness sembrava giunta anzitempo alla fine. Grande fu il dispiacere di coloro che avevano visto in quella band allegra e casinara il vecchio spirito rock ‘n’ roll degli anni ’70 e ’80 che pareva fino ad allora defunto o quanto meno fuori moda; altrettanto grande la soddisfazione dei detrattori, di coloro che non aspettavano altro che i The Darkness tornassero nell’oscurità da cui erano venuti per poter dire che loro “l’avevano detto”.

E invece rieccoli qua, forti di una reunion, di una serie di concerti davvero esplosivi (non ultimo quello tenutosi nell’ambito del Gods Of Metal 2012) e di un album nuovo di zecca a riprendersi quel pacchianissimo trono di finto velluto tigrato che era rimasto vacante negli ultimi sei anni.  

C’è poco da dire, i The Darkness sono una band che o si ama (a patto di non prenderli troppo sul serio) o si odia; è stato così fin dal principio e “Hot Cakes” difficilmente sovvertirà questo paradigma. Rispetto agli esordi la componente AC/DC risulta piuttosto smorzata in favore di un maggiore rimando all’estetica dei Queen: il vigore metallico di canzoni come “Love On The Rocks With No Ice” o “Bald” è solo un lontano ricordo, ma lo sono anche, per fortuna, in buona parte degli episodi che compongono la tracklist ufficiale, anche le melodie sciape di tante canzoni di “One Way Ticket…”.

“Every Inch Of You” apre alla grandissima, con la sfrontatezza che ha reso delle instant classic canzoni come “I Believe In A Thing Called Love”, il falsetto di Justin è esattamente come ce lo ricordavamo: acido, irriverente e tutto da ridere. La canzone ha un piglio rock old school che farà la gioia dei nostalgici e anche i suoni delle chitarre hanno abbandonato quelle timbriche elettriche che rendevano piuttosto arduo scambiare “Permission To Land” per un disco d’annata, optando per una produzione decisamente vintage e per soluzioni che rimandano senza tentennamenti di sorta a tutto il rock/hard rock inglese dal 1965 al 1975. Queen, dei quali Justin e Dan omaggiano a più riprese il guitar work à la Bryan May, ma anche Free, Bad Company e poi il glam rock dei T-Rex di Marc Bolan, il pop dei Beatles e l’immancabile, seppur ridimensionato, contributo degli Ac/Dc degli esordi: questo a grandi linee lo spettro sonoro dei The Darkness nel 2012.

“Nothing’s Gonna Stop Us!” è altrettanto leggera e divertente, nulla di rivoluzionario (persino gli stessi The Darkness, in passato, hanno osato molto di più), ma ad ogni modo piacevole ed efficace, con influenze che spaziano dal rock ‘n’ roll, al punk più edulcorato passando per l’indie. Con “With A Woman” tornano in primo piano le chitarre con un riff di tipico stampo hard rock primi anni ’70 (Free, Bad Company, primi Whitesnake) al servizio di uno degli episodi meglio riusciti, di quelli che mantengono intatto il trademark e lo spirito della band dei fratelli Hawkins così come li ricordavamo dai tempi dell’esplosivo esordio. Degno di menzione anche il guitar work, nobilitato da uno dei migliori assoli di tutto l’album.

Rallenta il ritmo con “Keep Me Hangin’ On”, leggera e buffonesca come buona dei brani che componevano “One Way Ticket…” seppur mediamente un po’ meglio riuscita; fortissimo il debito d’ispirazione nei confronti dei Queen più equivoci e caciaroni degli anni ’70. “Leaving Each Day Blind” ha la coralità dei penultimi Aerosmith, melodie e arrangiamenti che paiono rifarsi di nuovo alla band di Freddie Mercury, tuttavia il vocalismo inconfondibile di Justin marchia a fuoco la canzone con il logo di casa Darkness. Delle tre semi ballate la migliore è, ad ogni modo, ”Everybody Has A Good Time”, con il suo ritornello “calante”, davvero molto riuscito, l’andamento rock ‘n’ rolly e l’ormai onnipresente flavour dei Queen che sprizza da ogni nota.

Le chitarre di “She’s Just A Girl, Eddie” parlano la lingua dei Journey ma la canzone è sbarazzina come solo i The Darkness possono essere, tra coretti, gridolini e un testo tanto fatalista quanto simpaticamente irriverente. “Forbidden Love” vira verso i Queen più intimisti ed “esotici” di “These Are The Days Of Our Lives” con il cantato di Justin prodigiosamente somigliante a quello del grande Freddie; “Concrete” pesca addirittura dal punk primigenio dei Ramones, ma anche qui, si tratta di influenze di complemento che non intaccano mimimamente l’identita fortissima del gruppo londinese. In chiusura troviamo “Street Spirit”, una energica e riuscita riproposizione in chiave NWOBHM di un vecchio successo dei Radiohead e “Love Is Not The Answer”, altra semiballata, leggiadra e piacevole ma forse priva della marcia in più che ci si aspetterebbe per chiudere con il botto.  

La deluxe edition propone ben quattro bonus track comprendenti la (evitabile) versione acustica di “Love Is Not the Answer” e tre outtake di matrice pop/rock: la leggerissima “I Can’t Believe It’s Not Love”, di nuovo dalle parti dei Queen più beffardi e scanzonati, la (fin troppo) giullaresca “Pat Pong Ladies” e infine “Cannonball” certamente la migliore delle quattro, a metà tra autocitazionismo e il brit rock degli Oasis e con la partecipazione del flauto magico di Ian Anderson dei Jethro Tull, inspiegabilmente tenuta fuori dalla tracklist ufficiale.

Non si tratta di un capolavoro e di certo manca l’effetto sorpresa che aveva reso grande “Permission To Land”; ciò detto, “Hot Cakes” ha il merito di riconsegnarci una band che può portare il verbo dell’rock ‘n’ roll all’antica nei quartieri alti delle classifiche, cosa non da poco di questi tempi. Ci eravate mancati, bentornati!

Stefano Burini

 

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Tracklist

01. Every Inch Of You

02. Nothing’s Gonna Stop Us!

03. With A Woman

04. Keep Me Hangin’ On

05. Leaving Each Day Blind

06. Everybody Has A Good Time

07. She’s Just A Girl, Eddie

08. Forbidden Love

09. Concrete

10. Street Spirit (Radiohed cover)

11. Love Is Not The Answer

 

Bonus track presenti sulla Deluxe Edition

12. I Can’t Believe It’s Not Love

13. Love Is Not The Answer (Acoustic version) 

14. Pat Pong Ladies

15. Cannonball (featuring Ian Anderson)

 

Line Up

Justin Hawkins: voce e chitarra

Dan Hawkins: chitarra

Frankie Poullain: basso

Ed Graham: batteria

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