Recensione: Houston III

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Dal 2011 ad oggi i melodic-rockers svedesi Houston hanno inanellato, uno dopo l’altro, tanti  piccoli grandi capolavori di AOR, tanto deliziosi nella fattura compositiva e negli arrangiamenti, quanto devoti al più puro rock adulto del periodo fine anni settanta – anni ottanta. Si tratta di due album e due EP, questi ultimi con prevalenza di cover, di eccellente fattura, nei quali gli Houston hanno evidenziato una certa propensione per gli aspetti più soft ed orecchiabili di quel suono, fin troppo sottolineati nel “leggerino” EP “Relaunch II”, forse il lavoro che meno ci ha convinto della band.
Ecco ora arrivare, quasi alla fine dell’anno di grazia 2017, il terzo lavoro a minutaggio pieno dei cinque rockers scandinavi, intitolato semplicemente “Houston III”. All’ascolto del platter ci siamo accinti con un misto di entusiasmo e curiosità ma anche con il timore di una possibile delusione per un eventuale scivolamento su un crinale troppo pop.
E invece, ecco che il nuovo disco convince ancora una vota appieno, confermando la classe immensa e l’amore sconfinato per la melodia del gruppo, con un ritorno in carreggiata rispetto alle eccessive leggerezze del recente passato e persino un lieve indurimento del proprio sound.
Il nuovo album presenta, ancora una volta, un adorante ma non pedissequo peana all’AOR ed ai suoi giganti, echeggiati persino in un paio di titoli di canzoni analoghi a altrettanti classici dell’hard più melodico (ma non si tratta di cover).

Sul fronte delle tracce più veloci e, come si diceva poc’anzi, relativamente “robuste” ecco scorrere Dangerous Love (frizzante e rinvigorita ma non troppo dai lick delle  chitarre e dalla sezione ritmica incalzante, ma sempre in un ambito in cui melodie ed armonie dispensate a profusione stanno ad  un passo dalla controindicazione per i diabetici), Interstate Life (ancora spumeggiante e spedita, ma anche raffinata e solare) e Cold As Ice ( ingemmata da riff di tastiere cristalline e dal lavoro di chitarre dedite ad  intarsi brevi ed efficaci  ma che verso la fine s’apre ad un  ritmo lesto e scorrevole come l’acqua di una cascata e sul cui sfondo brillano melodie cristalline).
Se poi sempre la sei-corde introduce Everlasting in modo ficcante, lo svolgimento della canzone è tutto melodia e suggestioni romantiche e zuccherine,  pur se con più nerbo di quel che ti aspetti dagli Houston.

In un siffatto album, non possono mancare, naturalmente, gli slow: To Be You è una canzone, ad esempio, in cui pianoforte e tastiere altamente atmosferiche disegnano una  ballad inquieta avvolgente e drammatica; Lights Out, ancora, è un lento strappacuore dai toni soft-rock e mielosi, che evoca la nostalgia per il west coast AOR al suo top grazie anche al raffinato pianoforte che la caratterizza.

Alcuni brani midtempo completano “III”, da Amazing, rock soffice, iper-melodico ed evocativo con raffinate decorazioni di chitarre, a Glass Houses, più ottimistica e solare, per arrivare ancora a Road To Ruin, evocativa ma anche  più gagliarda grazie anche al groove innestato dal basso di Soufian Ma'Aoui.

“Houston III”, dunque, conferma la classe e il garbo del five-piece scandinavo, capace di sbandierare grandi quantità di melodie al glucosio senza mai cadere nel melenso. Gli arrangiamenti appaiono ancora più maturi che nel passato, ed è evidente che i fans di Boston, Toto, Journey, Chicago e di tutto l'AOR più soffice troveranno da queste parti ancora una volta pane per i propri denti.

Francesco Maraglino

 
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