Recensione: Howlinwood

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Un ritorno in scena senz’altro gradito quello dei teutonici Eat The Gun, band che a due anni dal precedente e notevole “Stripped To The Bone”, si ripresenta coraggiosamente sul sempre più sconfinato panorama musicale odierno, pubblicando per la prolifica Steamhammer/SPV, il quinto album in studio intitolato “Howlinwood”.

Una copertina decisamente migliore di quella correlata all’album precedente si prefigge lo scopo di stuzzicare l’attenzione del fruitore, mentre le note della Title Track inaugurano le danze per questa quinta release, senza però permettere al platter di decollare.
Fin dai primi istanti di musica è palese, infatti, come il songwriting semplice e diretto del combo tedesco sia in questo caso penalizzato da una produzione troppo morbida, incapace di donare la giusta dose di aggressività che da sempre caratterizza in generale gli album Rock di matrice tedesca. A non rendere migliore la situazione, in questo caso si aggiunge anche un’impostazione melodica non proprio efficace, aspetto che inficia la buona riuscita di un brano contraddistinto da un refrain scialbo e poco ficcante.

A dispetto di un suono inadatto, la seguente “Falling” sembra almeno musicalmente in grado di riportare il disco sui giusti binari, presentando questa volta un ritornello semplice e fresco, posto alla base di un pezzo ben realizzato.
Inaspettati echi melodici di Red Hot Chili Peppers s’impossessano della scena, proseguendo con la piacevole “How Does It Feel”, semplice e lineare nel suo prosieguo, nonché graziata da un coro scolastico ma complessivamente orecchiabile.
Lontani anni luce dalla carica del disco precedente, i nostri tornano con timidezza a riscoprire lo spirito dell’Hard Rock più sanguigno con la breve “Blood On Your Hands”, episodio che permette alla band di proseguire a testa “moderatamente” alta verso la buona “Old Friend”, ballad elettro acustica intrisa da atmosfere americane e contraddistinta da un buon lavoro chitarristico curato da Hendrik Wippermann.
È lo stesso Wippermann a proporsi quale primo responsabile pure delle trame vocali che contaminano l’album, non riuscendo sempre però a risultare vincente come dimostrato dalla sostenuta “Take It Away”, il cui ritornello avrebbe potuto essere quanto meno più  incisivo.

Squisite atmosfere seventies rendono l’aria magnetica e psichedelica, ponendosi quale ossatura della breve ed accattivante “Electric Life”, impreziosita dall’apporto chitarristico offerto dalla sei corde di John Konesky, noto per la collaborazione con i Tenacious D.
La seguente “Unforgotten” torna con successo a sonorità più moderne, presentando uno schema melodico interessante ed un ritornello ben interpretato dal vocalist.

La movimentata e divertente “Trouble Magnetic” risulta ancora arricchita da buone venature Rock anni ’70, ben evidenziate anche nella sulfurea e cadenzata “The Drudge”, preludio alla spensierata “Anger”, discreto momento acustico volto a concludere un lavoro piacevole in qualche frangente seppur caratterizzato da molte lacune (prima fra tutte la produzione inadeguata alla situazione) che, purtroppo, lo rendono un prodotto anonimo e trascurabile in una manciata di ascolti.

Un vero peccato.

 
65