Recensione: Humans Are Broken

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Secondo full-length per le quattro feroci donzelle provenienti dai Paesi Bassi, meglio conosciute come Sister Of Suffocation. Anche se, a onor del vero, in formazione un maschio c'è: il batterista Kevin van den Heiligenberg. Una scelta intelligente, poiché la forza muscolare nuda e cruda si trova con maggiore intensità in un drummer maschile invece che femminile. Non si tratta di discriminazione fra i generi bensì di un fatto ovvio, naturale, che in questo caso viene sfruttato a dovere per potenziare al massimo il sound della band.

Band che propone un death metal piuttosto variegato, contenente parecchi elementi atti a vivacizzare uno stile che, al giorno d'oggi, necessita di idee, di trovate, per potersi evolvere con successo da una mera esecuzione formale, rispettosa al 100% dei dettami del metallo della morte stesso. Formale ma noiosa, in parecchi casi. Fra i quali non compare, per il motivo anzidetto, "Humans Are Broken".

Non si comprende bene, però, quale senso abbia avere una vocalist donna che canti in growling come un uomo. Perché è così che Els Prins interpreta le sue linee vocali. A parte i cori e certi segmenti ove sono le harsh vocals a farla da padrone e ove, di conseguenza, si percepisce un tono inequivocabilmente femminile, il resto è un qualcosa che potrebbe benissimo provenire da un'ugola testosteronica invece che progesteronica. Comunque, a parte questo difetto - almeno a parere di chi scrive - , nell'insieme la citata varietà musicale va a braccetto con una pari miscelazione della voce per cui la vivacità è garantita. A proposito di cori, le quattro ossesse li imbastiscono assai bene, con un tono quasi irridente che cozza con la serietà dello stile proposto. Antitesi gustosa, questa.

Stile per l'appunto multiforme, contenente divagazioni addirittura prog rock ('Burn'), oppure neoclassiche ('Liar'), in ogni caso importanti per pepare la pietanza e renderla accattivante. Accattivante in mancanza di una vera e propria vena melodica, sostituita spesso e volentieri da dure, rigide dissonanze. Non bisogna dimenticare, difatti, che le Sister Of Suffocation, fondamentalmente, pestano duro come i pesi massimi dei pugili. Grazie anche all'apporto di una label importante come la Napalm Records, il platter ha un suono pieno, carnoso e potente, quando serve; pulito e lineare quando, al contrario, cala il ritmo come nel breve incipit arpeggiato di 'The Next Big Thing'

Già l'opener-track, che è anche la title-track, 'Humans Are Broken', lascia uno spiraglio per intravedere in toto uno stile che non si fa pregare per scatenare furibondi assalti all'arma bianca condotti con perizia dai blast-beats del ridetto van den Heiligenberg. Simone van Straten ed Emmelie Herwegh sono molto brave nella costruzione di un riffing assai ordinato, preciso, quadrato (p.e., l'incedere meccanico di 'The Machine'), non esimendosi di lavorare di fino quando si tratta di abbellire con dei pregevoli assoli qualche tratto particolarmente ostico anzi forse meglio dire ostile. 

Ostilità che divengono il segno caratteristico di song terremotanti come la devastante 'What We Create', micidiale mazzata sulla schiena tirata con un bastone da baseball a tutta forza... altro che sesso debole! Riff su riff compressi dal palm-muting scorticano la pelle con le loro code acute, mentre i terremotanti cambi di tempo della batteria, rinvigoriti continuamente dal rombo del basso di Puck Wildschut, scuotono tutto e tutti.

Come si può evincere dalla lettura della presente recensione, le Sister Of Suffocation ci mettono parecchio del loro a tirar fuori dal cilindro qualcosa che, in ambito death, sia diverso dai soliti cliché. E ci riescono. Manca solo un po' di continuità nel livello del songwriting dei singoli brani ma è qualcosa che la formazione di Eindhoven ha nelle sue corde.

Brave/o! Si può e si deve migliorare!

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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