Recensione: Hyaena

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Esistono diversi luoghi comuni, più o meno noti, che spesso e volentieri vengono smentiti clamorosamente una volta decifrati e studiati al di là della soglia del menefreghismo. Pensiamo solamente al classico “In bocca al lupo” al quale costantemente si risponde “Crepi”, brutto gesto verso un animale così potente ed aggraziato; grazie è la risposta corretta, in quanto i cuccioli di lupo, una volta finiti in bocca alla madre, vengono portati lontano dai guai e dalle sventure in salvo. Simile al lupo v’è la iena, animale di una potenza assurda spesso accostato in malo modo a detti di basso valore sociale. Quest’ultima, se estrapolata dal malessere comune e riportata al suo habitat originale, l’Africa, é fonte di leggende, racconti e visioni da parte dei popoli del caldo continente così profonde da lasciare senza parole. Un animale la iena che porta una schiena gobba, esteticamente dissonante a causa del Diavolo che la cavalca di notte per le sue scorribande, così si dice almeno; la iena che simula la voce dell’essere umano chiamando le sue vittime per nome poco prima di divorarle o in ultimo capace anche di tramutarsi in una vera e propria strega.

Un storia secolare, immortale che porta questo potente animale a diventare la figura cardine del nuovo, attesissimo disco dei nostri connazionali Sadist, band che ad oggi non necessita né di introduzioni né di parole superflue. A cinque anni di distanza dal precedente Season in Silence, Hyaena arriva sul mercato con moltissime aspettative, creato da una band che porta in seno alcuni dei maggiori esponenti della scena musicale (metal e non) italiana. Cinque anni sono stati necessari per comporre un album esotico, dinamico, arcigno e contemporaneamente raffinato; un album che in pochi, se non i Sadist stessi, sono in grado comporre. Un concept album non tanto nel senso più stretto del termine che é pressoché palese; ogni singolo elemento ha un legame fortissimo con madre Africa, con la parte più selvaggia e mistica, con i suoi predatori, con le sue terre dorate e con quei suoni tribali figli di persone fiere delle lande vicino all’equatore che tengono in vita le secolari tradizioni del luogo natio.

 

Dalle fredde lande di Season in Silence oggi veniamo catapultati nell’arido terreno della savana, un salto geografico così estremo che non ha fatto altro che portare ad una rivisitazione del sound, oggi più che mai etnico e progressivo, un perfetto mix di ardua decifrazione ovviamente, ma che alla lunga riesce a regalare alcune delle più grandi soddisfazioni della discografia dei genovesi. Solitamente l’ascoltatore medio è prevenuto rispetto al “nuovo” rimanendo sempre legato in maniera viscerale ai primi dischi di questa o quella band, molteplici possono essere le ragioni di questa mentalità standardizzata, fatto sta che il fan tipico difficilmente riesce ad ammettere che la band in questione é migliorata ed é riuscita ad ampliare la propria proposta musicale o anche solo ad apportare migliorie a quanto si era precedentemente realizzato. Mistero della fede vien da dire. Quest’album trasuda passione, esercizio, dedizione alla causa, sperimentazione e ricerca a tal punto da pensare che siano i Sadist stessi a cavalcare l’animale diabolico piuttosto che il demone caprino. Un patto col Diavolo miei cari Sadist? Cosa avete tirato fuori dal cilindro questa volta? Tutto esce dalle casse perfettamente amalgamato, dalla voce di Trevor passando per ogni passaggio di ogni strumento che viene sottolineato da una produzione impeccabile mai laccata e artificiale. Ascoltare Pachycrocuta (la tipologia di iena più grande mai esistita) o Bouki (termine senegalese delle popolazioni Wolof per indicare la iena stessa) è una sfida che porta la mente ad aggrovigliarsi su stessa per identificare i molteplici cambi tempo, gli stacchi dispari con le tastiere in sottofondo che a tratti accompagnano ed in altri diventano vere regine della situazione (da 0:00 a 1:36 di The Devil Riding the Evil Steed) per apprezzare le sfumature caleidoscopiche presenti dentro quest’album. All’interno dell’appena citata quarta traccia, a 3:16, vi si trova uno dei passaggi meglio riusciti dell’intera tracklist dove tutto cambia, muta e stramuta con quel tribalismo da brividi poco prima di cadere nel turbino di uno dei tanti assoli da parte di Tommy che non risultano essere le tipiche toppe claustrofobiche standardardizzate. Lunghi il giusto e sempre raffinati, diventano l’arma vincente al completamento di ogni traccia. Dopo le prime cinque manate in faccia è un’onirica Gadawan Kura che ci lascia con il fiato sospeso per 3:45 minuti, lungo le strade della Nigeria dove un gruppo di ragazzi -i Gadawan Kura- passeggiano tranquilli con le iene accanto come un qualsiasi animale domestico senza scorrerie, senza disordini, ma con la semplice volontà di mostrarsi per quello che é il loro essere alternativi, al fuori di ogni schema, come ogni canzone presente all’interno di Hyaena.

La tracklist continua con quella che probabilmente è la canzone più catchy dell’intero album, Eternal Enemies: ha quel groove che la rende leggermente differente dal resto delle altre composizioni attraverso spirali di riff che trasudano di autenticità come poco altro. Il basso frenetico accompagna splendidamente il tutto quando, nel crescendo a 3:50, la sorpresa che non ti aspetti e un applauso si alza. Non vi svelo nulla, lascio la sorpresa; concludere una canzone con così poco, ma che vale così tanto è da palati fini, rari intenditori dello strumento musicale che si ha tra le mani. Genital Mask chiude i battenti con 6 minuti per la maggior parte strumentali: le lunghe parti atmosferiche plasmano la traccia che all’interno del disco paradossalmente può essere definita lenta. La conclusione ti accompagna verso il tramonto all’equatore dove la palla rossa lascia vivere la notte, le luci si spengono e tu hai la possibilità di premere play un’ennesima volta.

Cosa scegli?

 

Cosa rappresenta Hyaena che non sia già stato detto? Cosa serve ai Sadist comporre nuova musica nel 2015? Cosa vuoi mai registrare un altro album, quando in molti li definiscono morti da Tribe? Domande inutili e senza un perché, che sicuramente verranno fuori dai personaggi più conservatori ed ortodossi dell’alveare del metal. Se Hyaena non fosse nato ci saremmo persi un gran bel disco signori e signore, un album che difficilmente deluderà le aspettative e lascerà l’amaro nella bocca dei sostenitori del suono made in Genova e non solo. Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori, ma spesso e volentieri anche di musicisti; i Sadist, come pilastro portante della scena nostrana, ci ricordano come a volte qualcosa per cui andare fieri del proprio paese è invisibile agli occhi ma estremamente essenziale.

 
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