Recensione: Hynea’s Breath

Di Daniele D'Adamo - 9 Gennaio 2017 - 19:25
Hynea’s Breath
Band: Ambivalence
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2017
Nazione:
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75

Ormai non c’è più landa, sulla Terra, che non sforni death metal band ad alto livello. È il caso dell’Ucraina, per esempio, la quale, con gli Ambivalence, propone brutal al massimo delle possibilità attuali con il loro quarto full-length in carriera, “Hynea’s Breath”.

Fattispecie desueta, la formazione di L’viv è guidata da un chitarrista donna. Nulla di strano, ovviamente, ma il brutal death metal è un sottogenere che mal si aggrada alle morbide e delicate fatture di Marina Scherbakova. Che, al contrario delle apparenze, in sé cova una dose enorme di aggressività musicale, giacché in soli ventisei minuti “Hynea’s Breath” spezza le reni anche al più allenato degli ascoltatori specialisti nel campo del metal estremo.

Merito non solo della Scherbakova, ovviamente, ma anche del growling ribollente sangue di Dmytro Pliska, che non fa più parte della band, assai capace anche nell’inhale suinico più spinto, nonché del formidabile bassista Armen Oganesjan che, oltre a sobbarcarsi l’onere delle basse frequenze, spesso supporta a mò di seconda quasi-chitarra la Scherbakova stessa. Molto efficace ma soprattutto preciso come un cronometro svizzero il drumming, in grado di seguire senza particolari patemi le digressioni disarmoniche dei compagni d’avventura.

Ambivalence piuttosto bravi a tentare di inventarsi qualche passaggio, qualche intervallo, quale segmento non percorso da altre realtà similari. Non che si tratti di fusion o fattispecie analoga ma, spesso, in “Hynea’s Breath”, l’efferatezza musicale lascia spazio a improvvise schiarite nel mostruoso muraglione di suono costruito, nota su nota, pietra su pietra, mattone su mattore, dal riffing totale della chitarra.

Già nell’opener-track, ‘Size Does Matter’, si ha la percezione chiara che il combo ucraino non cerchi esclusivamente la scarificazione della carne umana. Idea che trova un compimento più sviluppato e organico, non casuale, in ‘Swallowers’, ove, davvero, c’è un po’ di tutto, anche se straziato e ricucito dalle corde dell’ascia della Scherbakova. Un po’ di tutto, ma coerente con lo stile, adulto e pienamente formato, della band ex-CCCP. Un merito non da poco, poiché, pur mantenendo fermi i dettami fondamentali del brutal death metal, i Nostri riescono con naturalezza a uscire dall’orbita più vicina al nucleo primigenio della tipologia musicale per spaziare un po’ qua, un po’ là (‘War Is Close’).

Un’apparente antitesi, quella fra l’assoluta fedeltà alla truculenta attitudine del brutal, e certe divagazioni meno spinte, che, però, gli Ambivalence riescono a gestire con naturalezza e solidità, iterandola più volte, a dimostrare che trattasi di una qualità insita nelle loro corde compositive.

«Brutal death metal sì, ma con giudizio e ponderazione.»

È questo, il motto degli Ambivalence applicato a “Hynea’s Breath”.

Daniele D’Adamo

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