Recensione: I Worship Chaos

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La prima cosa che salta all’occhio di I Worship Chaos è la copertina, che rispetta la tradizione dei Children Of Bodom di usare sempre lo stesso soggetto armato di falce ma contornato da colori diversi. Questa volta tocca al giallo e il tutto risulta riuscitissimo e con un grande impatto. Sono passati due anni dall’ottimo Halo Of Blood e l’ora quartetto di Bodom, orfano del dimissionario Roope Latvala, si presenta comunque in buona forma e con ancora validissime canzoni che strapperanno ben più di un consenso. I Hurt apre le danze con un mid tempo dal riff parecchio riuscito che strappa fin da subito i primi scapocciamenti grazie soprattutto a un inserto di accordi aperti molto potente; la strofa in battere è molto veloce e il ritornello farà sfracelli in sede live. La prestazione di Alexi è vocalmente ispirata e col giusto tiro; convincente anche il resto della band, sempre al servizio del pezzo. My Bodom (I Am The Only One) presenta un incipit che ricorda tantissimo System degli In Flames e che viene intervallato da un piccolo inserto in 2/4; il ritornello somiglia molto a quello di I Hurt e non presenta variazione alcuna. Molto bella la parte finale del pezzo che, se fosse stata impiegata come riff portante o ritornello e non come episodio isolato, sarebbe stata sfruttata meglio. Morrigan l’avevamo già sentita come anteprima e risulta un brano discreto, ruffiano e ammiccante quanto piacevole da ascoltare; il tema di tastiera del buon Janne è di quelli assassini e che non si schiodano più dalla mente, semplice e con le tre note giuste e la prestazione del gruppo rimane sempre su buonissimi livelli. I Children Of Bodom hanno smesso di innovare da molto tempo, ma di certo non hanno disimparato a fare un uso corretto del songwriting, che sempre antepone il brano rispetto all’ego dei membri della band. Horns offre un incipit in totale blast beat e la successiva strofa in 2/4 è un tritaossa che sfocia in un riff basso abbastanza inusuale per la band finlandese ma riuscitissimo. Il brano è corto, tirato e sa d’altri tempi; manca solo un ritornello in grado di dare una marcia in più a una canzone che così rimane senza punti di riferimento. Difficile anche decidere se ciò sia o no un pregio. Prayer For The Afflicted è l’inevitabile lentaccio che a questo punto della tracklist ci può anche stare e si rivela piuttosto insipido; qui Alexi passa dal consueto scream a un growl più cavernoso ed efficace che non basta però a rendere ottimo un brano che scorre via in maniera abbastanza indolore.

La titletrack parte con un riff che più moderno non si può e che viene presto sostenuto dal battere di Jaska in grado di rendere il mood del brano massiccio e assassino. Il suo alternarsi con la strofa è vincente, come è altrettanto vincente il ponte accompagnato dalla doppia cassa che di fatto tronca la canzone e la conclude in maniera semplicemente insensata. I Children Of Bodom alla fine se la ridono anche e fanno sembrare il tutto una cosa tutt’altro che casuale! Hold Your Tongue ha un’ottima strofa e un buon incedere sostenuti da chitarre stoppate e in grado di dare il giusto dinamismo alla traccia; l’inciso in battere è abbastanza anonimo e l’apertura col ritornello discretamente riuscita. Immancabili a un certo punto le parti solistiche nel classico stile Bodom, in cui Janne e Alexi si divertono e divertono a loro volta in maniera mai fine a se stessa. Qui, contrariamente alla titletrack, non si compie l’errore di non riprendere il ritornello e il tutto ha ben altra resa! Suicide Bomber è una gradita sorpresa e uno dei brani migliori del disco. Qui funziona praticamente tutto: dall’incipit melodico alla strofa di puro swedish old school che con la cassa raddoppiata regala emozioni, fino ad arrivare al pre ritornello melodico e quasi scanzonato che offre un contrasto riuscito benissimo. Ponte e assoli tengono altissima la tensione e il ritornello è forse il più riuscito, drammatico e sentito dell’opera. Con All For Nothing ci avviciniamo alla fine delle ostilità e lo facciamo cambiando totalmente registro. L’incipit è con chitarre pulite e la tastiera di Janne in primo piano; la voce sussurrata di Alexi rende la giusta atmosfera prima dell’inevitabile apertura che sa di primi embrioni di death melodico made in Sweden. La ripresa della strofa in scream è seguita da un temporaneo appesantimento che dura il giusto; compare e lascia spazio ai temi centrali e agli assoli che qui sono di alto livello e rappresentano adeguatamente l’incedere del brano. Widdershins conclude la tracklist ufficiale di I Worship Chaos e lo fa in maniera prima anonima poi sublime negli intermezzi, davvero ben riusciti ed erroneamente sfruttati una volta sola. Avrebbe avuto più senso il lasciare la chiusura dell‘album ad All For Nothing; qui comprare dal nulla un’apertura progressiva che ha il difetto di esserci, di durare troppo poco e di essere incollata ad un brano che onestamente non ne aveva bisogno.

I Children Of Bodom hanno anche un’altra usanza che è quella delle cover piuttosto insolite: hanno interpretato negli anni Britney Spears, i Roxette e chi più ne ha più ne metta. I Worship Chaos ovviamente deve dire la sua anche in questo senso e di cover ne offre ben 3: Mistress of Taboo dei Plasmatics, Danger Zone di Kenny Loggins e Black Winter Day degli Amorphis (I due gruppi si sono coverizzati a vicenda). Lasciamo a voi il giudizio e le riflessioni sull’utilità della cosa; noi ci limitiamo solo a dire che alcune risultano riuscite e divertentissime, altre no.

Concludendo, ci troviamo davanti a un buon lavoro, che ha nella parola buono tutti i pregi e i difetti dell’album. Da una parte c’è un songwriting sempre fresco e ben congegnato nel suo essere classico, una capacità tecnica come al solito notevole e alcune canzoni dannatamente ben riuscite; dall’altra invece va segnalato che I Worship Chaos è un disco piacevole, che si lascia ascoltare ma che oltre il suo essere discreto proprio non riesce ad andare. Non vi sono picchi da poter considerare eccellenti come non vi sono cali da poter considerare mediocri; siamo di fronte ad un disco onesto che i fan sicuramente apprezzeranno e, perché no, anche qualche scettico. Un pochino di tempo e cura in più a livello strutturale avrebbero di certo giovato; alcune soluzioni risultano poco comprensibili e vi sono anche alcune idee grandiose ma mal sfruttate. Forse un nuovo chitarrista in pianta stabile sarebbe sia necessario quanto in grado di dare nuova linfa vitale a una band che, rispetto ad Halo Of Blood, qui fa un passo indietro anche se piccolo. Al nono album in studio è tutto comprensibile, anche se, dopo l’illustre precedente, ci saremmo aspettati qualcosa di più.

 
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