Recensione: Icons of the New Days

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Madrid. Fondi una band heavy/power metal e riesci a pubblicare un primo disco che viene unanimemente acclamato. Mentre ne registri il successore, il tuo cantante, un ragazzo cileno dai corti capelli neri corvini, viene chiamato da Ritchie Blackmore a prestare la propria voce all'ennesima formazione dei Rainbow. Ed ecco che la tua band diventa nota a tutti e la Frontiers ti mette sotto contratto. Per fortuna, produci un secondo disco notevole e le lodi continuano. Ma il tuo cantante, che si chiama Ronnie come un grande tizio piccolino che gli fa da padre putativo, è pieno d'impegni e si ritrova a cantare nei Core Leoni, dove interpreta vecchi pezzi dei Gotthard, tristemente orfani di Steve Lee. Per evitare di trasformarsi nella band "di quello famoso che canta i pezzi degli altri", ti tocca impegnarti al massimo per realizzare l'album che ti consacri. E tiri fuori dal cappello Icons of the New Days.
Questa volta, dunque, la terza prova è davvero quella della verità per gli spagnoli Lords of Black. Nulla sarà concesso loro: dovranno certificarsi come vera band o rischieranno di finire schiacciati dall'altisonanza dei nomi associati a Ronnie Romero. E i Lords of Black non sbagliano, perché Icons of the New Days è splendido.
Riuscendo a ottimizzare tutte le caratteristiche che avevano illuminato i primi due dischi, la nuova prova degli spagnoli risulta fresca, originale, convinta e convincente. Pur pescando a piene mani da riferimenti di lusso (su tutti i Kamelot) e muovendosi sul terreno rischioso di un genere abusato come il power metal, i Lords of Black sanno scrivere (e arrangiare) canzoni che non risultano mai banali e, nel tempo della fruizione mordi e fuggi, chiedono di essere riascoltate più e più volte.
World Gone Mad apre il disco con un tiro power pazzesco, fatto di melodia sopraffina e così tanto prototipica di quello che è l'heavy metal. L'assolo e la parte strumentale fluiscono naturalmente, essendo complemento essenziale e non tangenziale di un brano splendido.
Ma tutto il disco merita. La title track e The Edge of Darkness sono tra le migliori canzoni che i Kamelot non hanno saputo scrivere nell'ultimo decennio, mentre in Not in a Place like This si fa largo quel tono teatrale e drammatico (debitore di Ronnie James Dio) che è una delle marche distintive di Icons of the New Days e si incarna anche in Forevermore o in The Way I'll Remember.
Non mancano i brani più tipicamente power, come When a Hero Takes a Fall, Long Way to Go o la cadenzata Fallin'. A caratterizzare tutte le composizioni sono ritornelli bellissimi, metallici ed epici. Ad esempio si prenda l'epica King's Reborn, che trasuda Judas Priest a ogni nota, ma riesce nell'intento di non suonare come un semplice esercizio di stile su un canovaccio già scritto.
Il disco si chiude con due altri pezzi eccellenti. Wait no Prayers for the Dying assume una veste quasi progressiva, appoggiandosi su un riff complesso per poi trasformarsi in una classica power song, che Romero impreziosisce con una prova maiuscola e Tony Hernando con un solo notevole, mai sopra le righe e vagamente debitore del Timo Tolkki del periodo Dreamspace. Infine All I Have Left è un brano lungo e progressivo che parte lento, giostrando intorno a un crescendo di pathos favorito dalla bella ugola di Romero, per poi trasformarsi in una sorta di cavalcata fortemente maideniana e, quindi, regalare una dilatata parte strumentale (ancora in odore di Harris & Co.) che conduce per mano l'ascoltatore verso la conclusione del disco, passando attraverso cambi di tempo e atmosfera. Insomma, un magnum opus notevole, un'opera ambiziosa che i Lords of Black dimostrano di saper scrivere e reggere.
Ben prodotto da Tony Hernando e Roland Grapow (qualche eco dei Masterplan fa capolino qua e là), Icons of the New Days si candida certamente a comparire nelle classifiche di fine anno di molti di noi, proprio perché incarna tutto ciò che di canonico, ma non banale, un metallaro si può e si vuole aspettare oggi dal proprio genere: melodia, epicità, atmosfera, tecnica e aggressività. I Lords of Black dimostrano di avere una forte personalità, che li preserva dall'essere catalogati come la band "di quello che canta con Blackmore". La prova del terzo album, questa volta tanto difficile, è una sfida che gli spagnoli superano alla grande, candidandosi a diventare una delle migliori nuove realtà del metal europeo.

 
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