Recensione: Idiosyncrasy

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I Necrodeath sono senza dubbio tra gli alfieri/pionieri della scena estrema italiana, con la loro miscela mefitica di thrash e black che, nella seconda metà degli anni ottanta, poteva tranquillamente considerarsi come l’avanguardia del genere (e non solo sul suolo italico). Purtroppo però, dopo solo un paio di album, che comunque hanno fatto il loro ‘sporco’ lavoro nella storia del metallo tricolore, la band si è sciolta (il drummer Peso formerà gli altrettanto fenomenali Sadist). Almeno fino al 1999, anno che ha visto il loro ritorno sulle scene con “Mater Of All Evil”, ben accolto da buona parte del popolo metallico. Reunion che inaugura una nuova stagione e una rinnovata vitalità per il combo ligure. Seguono quindi vari album forse non sempre all’altezza del loro nome (e vari cambi di line-up) ma cercando sempre di non limitarsi a riproporre la formula che in passato gli aveva elevati tra le più acclamate cult band. Una scelta coraggiosa che però, immancabilmente ha fatto storcere il naso ad alcuni dei loro fan di vecchia data che legittimamente si auspicavano che continuassero con la violenza degli esordi. Nonostante dei mezzi passi falsi, comunque, personalmente ho sempre apprezzato (anche se con un pizzico di nostalgia) la loro volontà di essere sempre in prima linea e di non accodarsi al trend del momento (qualunque esso sia), facendo spesso scelte che potrebbero anche essere ritenute impopolari. Sempre con questo spirito, ritengo, i Nostri hanno concepito questo nuovo “Idiosyncrasy”.

Tralasciando per il momento di giudicare la qualità delle composizioni, analizziamo le due principali novità, che non passano di certo inosservate (e che, già da prima che uscisse l’album, avevano fatto discutere i loro fan). La prima è la copertina in stile pulp che raffigura i Nostri in giacca e cravatta come nella locandina del film “Le Iene”, storico debutto di Tarantino e sfogliando il booklet troviamo anche altri rimandi a quel lungometraggio. La seconda novità è la scelta della traccia unica di quaranta minuti circa (anche se divisa in sette parti) per dare vita al concept (non proprio originale) sull’interiorità umana nella quale regna sempre l’eterna lotta tra Bene e Male. Un’idea molto ambiziosa e che mi affascina molto (avendo sempre considerato l'heavy metal di alcuni gruppi come una sorta di evoluzione della musica classica) ma che forse non tutti possono permettersi. Il pensiero è corso subito a quel capolavoro degli Edge Of Sanity che risponde al nome di “Crimson”, sebbene con una proposta musicale un po’ differente. Le due domande che quindi sorgono spontanee sono: i Necrodeath sono tra quei pochi che se lo possono permettere? Se sì, sono riusciti nel loro intento, o meglio, “Idiosyncrasy” è un bel disco?

La risposta al primo quesito, per me, è affermativa, in virtù proprio del loro glorioso passato e del peso specifico a cui facevo riferimento prima, mentre per il secondo non riesco a essere altrettanto immediato. Procediamo per gradi, quindi. I suoni sono ben curati, puliti e potenti allo stesso tempo ma non asfittici. Merito del lavoro dietro al mixer di Giuseppe Orlando (Novembre), dopo aver registrato l’album presso gli Outer Sound Studios di Roma e gli studi Music Art di Rapallo. Le qualità dei musicisti coinvolti poi non si mette in discussione: a parte il rodato screamer, al vetriolo, Flegias e le demolizioni controllate di Peso, notiamo un sempre più coinvolto Pier Gonella (anche dal punto di vista compositivo) e il basso rotondo di un presente GL. L’album non si presenta come una lunga suite progressiva, ma come un groviglio e un turbinio di riff, soli, accelerazioni, mid tempos, parti atmosferiche, sezioni ricorrenti, che rappresentano un po’ la summa di quanto espresso finora dai Necrodeath. Dopo una prima parte (quasi del tutto) strumentale su cadenze che possono talvolta rimandare ai brani più lenti degli Slayer (senza perdere comunque in personalità), la seconda si apre con il “ritornello” del brano seguito da vari soli di Gonella dotati di un buon groove. Buona l’accelerazione sul finire tipicamente nel loro stile, con Peso intento a pestare come un dannato, che fa da ponte alla terza parte di nuovo su ritmi più blandi (a parte qualche colpo di coda), inframmezzate da un bell’arpeggio sul quale, prima si sbizzarrisce il chitarrista con un solo che fa emergere i suoi studi (per così dire) classici e poi una inquietante sezione recitata di Flegias. La quarta parte è probabilmente quella che mi ha colpito maggiormente: un bel giro corposo di basso che contribuisce a creare una certa atmosfera sulfurea e onirica simile a quella che avvolge le composizioni del bellissimo “Grin” dei Coroner. Più potente la quinta parte in cui comunque riecheggiano certi tetri arpeggi e voci femminili, ma a metà traccia circa i Nostri tornano alla carica con un riff che non lascia scampo pur senza accelerare. Devastante la sesta parte con varie sfuriate e di nuovo soli a profusione di Gonella che sfociano nella settima e ultima parte dell’album, a tratti solenne a tratti feroce e di nuovo ritorna il refrain a chiudere il cerchio tra urla strazianti e bestie feroci.

Tirando le somme, sì, “Idiosyncrasy” è un bel disco e se i Necrodeath avessero osato anche un pizzico in più (vedi quarta parte), donando alle composizioni maggiore eterogeneità, probabilmente sarebbe un grande disco. Non ci si può lamentare comunque e credo sia giusto lodare il loro sforzo in sede di songwriting e il coraggio di comporre un’unica traccia. Specie in un periodo in cui le major, considerate le vendite non proprio soddisfacenti, stanno valutando di accantonare i cd in favore del download digitale e youtube (con i suoi aspetti positivi e negativi) è imperante e, sempre più spesso, invece che sentire un album nella sua interezza, molti tendono a dare giudizi frettolosi basati sull’ascolto di due o tre brani (saltando alla traccia successivo magari dopo solo un paio di minuti). Unico appunto (del tutto personale) la copertina, perché, se in un certo senso può essere attinente con le liriche, non raffigura le atmosfere della musica (rimanendo in ambito cinematografico, forse sarebbe stato più rappresentativo “Il Nome Della Rosa”). Comunque, pur essendo appassionato delle colonne sonore dei film di Tarantino, certe sonorità su un album dei Necrodeath (con tutta la buona volontà) non le avrei volute sentire, quindi meglio così.
Complessivamente album promosso.

Orso “Orso80” Comellini

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Track-list:
1. Part I 4:40
2. Part II 6:25
3. Part III 5:52
4. Part IV 5:33
5. Part V 6:04
6. Part VI 5:18
7. Part VII 6:08

All tracks 40 min. ca.

Line-up:
Flegias – Vocals
Pier Gonella – Guitar
GL – Bass
Peso – Drums

Special guest:
Leif Jensen – Vocals

 
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