Recensione: Il Volto Verde

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TrueMetal ci arriva con un po' di ritardo, ma finalmente riesce a recuperare Il Volto Verde, terza release del Segno del Comando. Il loro ultimo nato Der Golem era infatti stato una pietra miliare del metal e piu in generale di tutto l'underground italiano, degno parto di un ensemble concepito come supergruppo destinato a sole prove di studio. Un supergruppo che riunisce diversi personaggi di spicco del personaggio italiano, in primis Diego Banchero, mente del gruppo.
 
Va detto che lo stesso Segno si era fatto attendere al varco per più di una decade. Va anche detto che nel Volto Verde il combo si presenta orfano di Mercy, che aveva prestato le corde vocali alla scorsa release, nonché fondatore assieme a Banchero. Ciò nonostante i nomi di spicco non mancano, e non solo in formazione. Il Volto Verde infatti si fregia di svariati ospiti di prestigio, da Sophia Baccini (nella spettacolare Trenodia Delle Dolci Parole), fino a Gianni Leone e all'ex Goblin Claudio Simonetti.
 
Ed è proprio con un chiaro riferimento ai Goblin che si apre il disco, l'intro di tastiere di Echi dall'ignoto. Un intro apripista che lascia ampiamente intuire come questo nuovo capitolo nella storia del supergruppo sarà ben diverso dal tenebroso Golem, un disco che mischiava spirito prog a una sorta di heavy doom dalle fosche tinte. Non mancano comunque gli elementi di continuità, poiché Il Volto Verde ed Il Golem sono rispettivamente il secondo ed il primo romanzo dello scrittore asburgico Gustav Meyrink. Un elemento che invita a riflettere, dato che l'austrungarico era, oltre che novelliere, anche esperto esoterista. Ed Il Volto Verde è il più esoterico tra i suoi romanzi. Un tema che si riflette profondamente din dai testi di questo album.
 
Tornando alla musica, ad ogni modo, si nota un massiccio innesto di tastiere, in un tentativo di recupero del sound delle colonne sonore dei Goblin mischiato all'heavy più lento e primordiale, oltre che a certo prog oscuro. Lo si nota molto bene nella Bottega delle meraviglie, un pezzo molto ritmato e carico di groove, che finisce per richiamare alla mente i Delta V. Può sembrare una bestemmia, ma la voce di Maetheliah è molto vicina a quella di Gi Kalweit. Ed a ben guardare anche i Delta V proponevano un recupero di sonorità settantiane, sebbene reinterpretate in chiave pop. Non tutto il disco seguira una via cosi semplice, tuttavia il sound si presenta complessivamente colorato e ricco di varie atmosfere. Oltre alla già citata, sognante, Trenodia Delle Dolci Parole, si segnala anche la tenebrosa Il Rituale.
 
Ad ogni modo, al di là di una vasta gamma di sfumature, l'anima del disco permane compatta, fatta di tastiere melliflue sovrapposte ad intrichi di chitarra ingarbugliati anzichenò, per un effetto finale affascinante ma di tutt'altro che facile assimilazione. Il risultato infatti, date le innumeri menti coinvolte, risulta quantomai particolare ed estremamente difficile da imbrigliare all'interno di un genere sonoro. Le composizioni stesse risultano piuttosto complesse da memorizzare, per un effetto finale che potrebbe definirsi dark - elettro - prog, se è concesso dire così. 
 
Un disco, o meglio, un'esperienza da vivere ripetute volte, sebbene, al di là di un'apparente facilità durante i primi ascolti il tutto si presenti assai complesso e riveli moltissime sfumature. Un disco che ribadisce l'ottima qualità del progetto Il Segno Del comando e li conferma come uno dei gruppi d'elite (sia musicalmente che concettualmente) dell'underground italiano.
 
80