Recensione: Il Vomere di Bronzo

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Andromeda Relix, da sempre etichetta un po’ fuori dalle convenzioni, dà fiducia ai Vade Aratro, giunti al secondo full length della carriera, dopo l’esordio del 2008, intitolato Storie Messorie.  

Una volta, specialmente nelle recensioni che comparivano all’interno di certuna carta stampata specializzata mensile – della quale si sente ancora, malinconicamente, la mancanza – era facile imbattersi in espressioni del tipo “picchiano come fabbri”. Orbene, il combo bolognese oggetto della recensione ne avrebbe ben d’onde da dire in materia visto che Marcello Magoni, chitarra e voce della band, è in possesso di un “nome” nell’ambito dell’arte della scultura del bronzo. Certo, le due mansioni differiscono, ma l’elemento comune rimane il Metallo fuso, quello che ti entra nelle narici per poi scorrere nelle vene tutta la vita. Ovviamente solo per chi è in possesso di una fede nell’Acciaio fatto musica, di metallari del sabato sera ce n’erano sin troppi già negli anni Ottanta… Tornando agli ‘Aratro, il buon Marcello si accompagna, nella declinazione della maestria nella lavorazione dei metalli in musica di altri due prodi che rispondono ai nomi di Federico Negrini (basso, voce) e Riccardo Balboni (batteria, voce).

Il Vomere di Bronzo, questo il titolo dell’album griffato Andromeda Relix, viene definito dagli stessi autori foriero di heavy metal agreste… Più specificamente i nostri, sulla spinta di dodici pezzi, confezionano un lavoro su base HM&Thrash che, per via di testi che pongono i riflettori sulle solidissime culture contadine nazionali, spaziano bellamente fra i due gloriosi generi della musica dura.

Chiara e ovvia l’ironia di fondo che sta alla base di un lavoro del genere ma, così come per altri ensemble italiani originali il messaggio che passa dopo un po’ di giri nel lettore Cd è tutt’altro che scontato. Salvaguardare gli antichi mestieri, dare risalto alla cura e all’amore per gli animali, analizzare l’influenza della Religione, fare riflessioni sul grande cerchio della vita alle nostre latitudini, per di più tramite un linguaggio tanto poetico quando tagliente come una spada pone degli interrogativi, sui quali val la pena di soffermarsi, in quest’epoca del compra-consuma-fuggi ove pare che non vi sia più spazio per i valori veri.

Musicalmente risulta accattivante lo speed d’antan di Maiale, stesso discorso per Tramonto con Formiche, micidiale la mazzata HM carica di groove de Il Pane Selvaggio. Le note di L’Albero della Poiana e Il Diavolo in Carrozza paiono la versione ipermetallizzata di un pezzo del cantautorato anni Settanta italiano, traslato al meglio ai giorni nostri, questi ultimi ripresi anche per I Lupi nel Grano, sponda Thrash. C’è spazio anche per l’heavy rock di Mani di Vecchi, Caramelle riporta subitamente alla tradizione tricolore mentre A brusa la vècia ricorda – da lontano - la veemenza di certi Rosae Crucis, così come I Coppi del Tetto della Chiesa del Santo Giovanni. Intrigante il tema sviluppato all’interno della strumentale TSOCS, ove un’antica melodia parrocchiale in uso nel periodo della Settimana Santa viene sapientemente interpretata in maniera robusta dai Vade Aratro, con la giusta misura, senza mai esagerare.     

Il Vomere di Bronzo, che si accompagna ad un booklet di ben ventiquattro pagine con belle foto a tema per tutti i testi delle varie canzoni  - ma nessuno scatto afferente i componenti la band - è proposta originale, stupendamente italiana sia nelle radici che nell’ideale profumo di terra appena vangata che emana e merita quantomeno una chance, senza avere alcuna pretesa di stravolgere le sorti della Siderurgia applicata alle sette note.    

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

            

VADE ARATRO BAND

 

 
74