Recensione: In Becoming A Ghost

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Quello che aveva l’aria di essere un potenziale Chinese Democracy del death metal volume secondo, dopo l’insuperabile nuovo disco dei Necrophagist, fortunatamente è stato invece dato alle stampe e ci troviamo oggi a parlarne. Il ritorno delle facce lesse non era quindi un ritorno atteso ma attesissimo, e la curiosità attorno al seguito di quel capolavoro pazzesco che fu (ed è ancora) Autotheism era moltissima e sempre più trepidante.

Quando è un genio a guidare una band, e la storia del metal di esempi ne è piena, vi sono sempre 3562 cambi di line up che, nel tempo, possono anche inficiare in maniera pesante le attività discografiche e non delle band in questione; nemmeno i Faceless sono esenti da tutto ciò e In Becoming A Ghost offre una formazione totalmente diversa rispetto ad Autotheism. Il buon Michael Keene di certo non si è perso d’animo e ha comunque continuato per la sua strada riuscendo a confezionare un'altra opera di assoluto valore, che non farà altro che zittire detrattori, malelingue e ogni tipo di assurdità detta sui Faceless ad oggi. Vi diciamo fin da subito che abbiamo riscontrato tre difetti nell’album, il primo dei quali, la produzione, si palesa praticamente subito dopo la brevissima intro di pianoforte che abita la prima traccia. Chitarre, basso e voce in realtà non sono nemmeno malvage, è la batteria però a non convincere del tutto: la cassa sembra una bottiglia di plastica vuota e i suoni scelti non si amalgamano benissimo al resto degli strumenti. Un gran peccato, anche perché con suoni più caldi e meno sintetici l’opera avrebbe raggiunto uno spessore molto più alto. Digging The Grave in ogni caso inizia e non ce n’è per nessuno: progressive death suonato con poche idee ma sfruttate bene. Il brano, che è anche il terzo posto in anteprima al disco, è una chiara dichiarazione di intenti e un ottimo biglietto da visita per l’opera tutta: si dipana tra dissonanze, blast beat ed estremismi mai fini a se stessi e, quando spuntano le grandiose clean di Michael, ci si ritrova finalmente dove ci si era lasciati, quasi come un pacchianissimo Harmony. Tutta la parte solistica del disco è spettacolare e di gran gusto: moltissima cura è stata messa negli assoli e nella loro interpretazione, che gode sì di una gran tecnica ma mai ostentata e mai gratuita. Cosa rara, di questi tempi. La seconda parte del brano è un tritaossa da competizione (mannaggia a quella cassa) e, nel momento in cui nel metal il sax è talmente inflazionato da essere tra un po’ usato al posto delle chitarre nei dischi brutal, il buon Michael piazza un solo di flauto su un tappeto in blast beat e tutti a casa. Blackstar la conoscevamo già da tempo e possiamo già parlare del secondo difetto dell’album, che è la voce di Ken Sorceror. Per carità, la prestazione è ottima e non vi è nulla da dire a livello sia di metrica che altro; ciò che però abbiamo riscontrato è che la timbrica in scream usata in prevalenza non sempre paga e rende i brani al meglio. Invece del cornacchioso andante, per quanto efficace, un bel growl avrebbe fatto la differenza in maniera più marcata. Blackstar, dicevamo, è un buon brano che offre un alternarsi riuscito di voci nella sua fase iniziale, per poi offrire la sua anima più progressiva centralmente e nel finale. Con Cup Of Mephistopheles  arriva il capolavoro e l’ennesima dimostrazione che il matrimonio Faceless – teatralità /avantgarde s’ha da fare eccome. Il brano alterna parti death ad altre con cantati sussurrati sorretti da batteria e pianoforte e la tensione è gestita in maniera pazzesca; l’apertura più irruenta sulla parte centrale si amalgama molto bene  e ci si toglie anche lo sfizio di un brevissimo delirio elettronico che non stona affatto. Il ritorno alla strofa base al minuto 4.28 è un cambio d’umore vicino alla perfezione e si prosegue fino al finale, che induce ad un riascolto praticamente obbligato. The Spiraling Void torna al growl a livello vocale e si sente: ci si guadagna in potenza e in profondità. Per non farci mancare nulla, inseriamo anche uno stacchetto caraibico nel bel mezzo del brano e versiamo un bicchiere di rum, accendiamo un sigaro e torniamo a picchiare come degli ossessi. Fantastico. Gli assoli come sempre mandano nei matti e il finale di sole clean offre le giuste, doverose carezze.

Se vi state chiedendo il perché di questa atmosfera festosa e ridanciana che spunta all’improvviso è presto detto: Shake The Disease è una improbabilissima cover dei Depeche Mode della quale lasciamo a voi il giudizio ed eventuali disquisizioni sula sua utilità in tracklist. I Am torna alle cose serie rivelandosi un brano piuttosto veloce e un altro caso nel quale lo scream nella strofa è abbastanza discutibile. Molto meglio invece gli incisi in clean e in growl, dove il tutto ha un buon tiro e convince su tutta la linea; la parte centrale offre un forte rallentamento e lascia alle clean di Michael il ruolo di assolute protagoniste. La ripresa dei temi portanti è poi quasi obbligata e il finale melodico è riuscitissimo e chiude sfumando.

Veniamo ora al terzo e ultimo difetto di In Becoming A Ghost, che è la sua struttura in sé. In soldoni, parliamo di dieci tracce: sei brani inediti, una cover, due intermezzi da un minuto e un paio di minuti strumentali buttati lì, ci sembra un po’ poco. Scremato degli orpelli, il tutto sa di Ep più che di disco vero e proprio; dopo cinque lunghi anni di attesa, anteprime, anteprime farlocche e via dicendo sarebbe stato opportuno offrire qualcosa di più ai fan, a nostro avviso. In ogni modo questo è uscito e questo ci teniamo, anche se un retrogusto amarognolo, a pensarci su arriva.

Ghost Reprise e (Instru)mental Illness sono quindi 2 tracce che servono a poco o nulla nell’economia di In Becoming A Ghost e hanno appunto la funzione di sembrare due momenti, tre se contiamo la cover, messi tanto per allungare un minimo il brodo o mascherare una reale assenza di materiale al di fuori dei sei pezzi che creano l’ossatura base del disco. Si conclude con The Terminal Breath, brano molto particolare e che farà contenti gli amanti delle sonorità più progressive; molto interessanti le clean effettate e la gestione della potenza, che viene sapientemente sprigionata solo nel finale che colpisce secco come un fulmine lasciando l’ascoltatore basito e interdetto.

Tirando le somme va detto che, mentre la maggior parte del technical death compone, produce e agisce in base ai bpm più alti di metronomo possibili, Michael Keene invece ha le idee. Ha grandi idee, buonissime idee e idee grandiose, ne usa poche e le distribuisce come sempre in maniera encomiabile. Così si fa e così si dovrebbe suonare, mettendo tecnica e conoscenze al secondo piano rispetto ai brani e mai viceversa. In Becoming A Ghost, nonostante non riesca a bissare il livello stratosferico di Autotheism, è comunque un’opera che riesce a distinguersi e ad essere un passo davanti a tutti, rendendo i Faceless una personalità perfettamente distinguibile e intelliggibile in mezzo a un marasma che suona come un flipper impazzito e nulla più. Detto questo, promuoviamo e possiamo dire che i Faceless hanno fatto centro un’altra volta e, tenendo conto delle pressioni, Autotheism e tutto il resto, non era affatto facile. C’è moltissima differenza tra suonare ed eseguire, Michael Keene e soci suonano. Bentornati.

 

 
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