Recensione: In Fine Initium

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Dal Regno Unito, ecco una buona band progressive rock, con tutte le carte in regola per entrare a far parte di quel movimento tipicamente “seventies” che strizza però favorevolmente l’occhio alla modernità e a una certa sperimentazione. Stiamo parlando degli NTH Ascension, giunti al loro secondo album in studio e forti delle numerose recensioni favorevoli ottenute con il debut album Ascension of Kings.  Nati nel 2009 da un’idea di Darrel Treece-Birch (il tastierista dei Ten) con l’aiuto dell’amico batterista Craig Walker, gli inglesi hanno cercato di coinvolgere altri musicisti di alto livello nel progetto, creando così un gruppo di artisti affiatati e dalla molteplici influenze. A occuparsi dell’artwork troviamo un emergente artista inglese, Oliver Pengilley, noto per la sua capacità di infondere, attraverso le sue realizzazioni, un senso di speranza e di spiritualità. Il titolo dell’album prende invece ispirazione da una frase in latino, In Fine Initium, capace di esprimere in tre semplici parole tutta la fragilità dell’esistenza umana e che ci ricorda come ogni cosa è destinata a seguire un ineluttabile ciclo vitale cosmico. Per descrivere musicalmente questo gruppo immaginate di prendere una po’ di Saga, un pizzico di Rush e Arena, il tutto condito con una spruzzata di sano hard rock anni ‘80 e avrete ottenuto la formula sulla quale si basa la proposta degli NTH. Nulla di speciale direte voi, eppure si tratta di una band che risulta davvero fresca e piacevole, dotata di una capacità tecnica decisamente sopra la media e dalle linee melodiche sempre ricercate e d’atmosfera.
Senza procedere con una disamina traccia per traccia, è doveroso sottolineare come tutte le composizioni contengano notevoli spunti di interesse, vuoi per l’ottima estensione vocale del cantante, vuoi per il grande lavoro alle tastiere, tant’è che tutte le canzoni risultano davvero godibili e mai ripetitive, pur caratterizzate da un minutaggio a volte davvero impegnativo, come i 15 minuti dell’opener “Kingdom Keys” o gli oltre 17 minuti di “The Cage”, un’opera epica che unisce passaggi rock a momenti più intensi tipici di una ballad complessa e variegata. Lasciatevi, quindi, ammaliare dalla classe innata e dalla bravura di questi artisti ormai maturi, e che non hanno proprio nulla da dimostrare, eppure capaci di non smettere mai di esplorare nuovi territori e di coinvolgere l’ascoltatore in ogni passaggio e in ogni nota. A chi si rivolge dunque quest’album? Sostanzialmente a tutti gli amanti del prog di classe e tecnico, specialmente a tutti coloro che stanno apprezzando questo forte ritorno alle sonorità tipiche degli anni ’70 e che non sono spaventati dai minutaggi consistenti. Non aspettatevi quindi sfuriate metal e velocità elevate, i nostri assomigliano più che altro a un buon liquore denso da assaporare con calma e da apprezzare in tutte le sue
sfumature. Non solo, anche chi ha apprezzato l’ultima fatica dei Dream Theater, potrebbe trovare interessanti gli NTH Ascension, in quanto condividono con gli americani le atmosfere quasi cinematografiche e il gusto per la ricerca del particolare, il tutto unito a riff melodici e di buona presa emozionale.

 

 
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