Recensione: In Hoc Signo Vinces

Di Stefano Ricetti - 22 Gennaio 2009 - 0:00
In Hoc Signo Vinces
Band: VII Gates
Etichetta:
Genere:
Anno: 2008
Nazione:
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57

Coniugare ironia e metallo è sinonimo di freschezza d’animo. Chi si prende troppo sul serio spesso risulta patetico. Di certo l’ilarità non manca agli svedesi VII Gates, giunti al secondo album, intitolato In Hoc Signo Vinces, dopo tre demo e Fire, Walk With Me del 2004.

When Gates Are Opening, il pezzo che apre il disco, è lì a ricordarci il concetto sopra esposto. Criss Blackburn, il singer, non è certo Rob Halford, così come la coppia d’asce JJ Rockford/Robert Makek deve ancora mangiarne di pasta asciutta per avvicinarsi a KK Downing/Tipton ma i Nostri se ne fregano e confezionano un brano come The Skyrider, diretto discendente – povero – dei Signori di Birmingham. Dreams They Haunt Me è la pronta risposta che risolleva le sorti dei Nostri tramite un brano intrigante, dove le tastiere “litigano” con le chitarre sullo stile dei nostrani Rhapsody Of Fire. Se avete intenzione di sposarvi in fretta date un ascolto a March Of The Amazones, ovvero la marcia nuziale metallizzata, incalzata subito dopo da Answer To You, Heart (Stranger In The Dark) un bel brano di HM melodico, a tratti forzatamente sinfonico ma sufficientemente convincente.

Gli scandinavi ci prendono gusto: la lunghissima Immortal (Hymn To The Prison Guard) offre buoni  spunti “happy Epic” e dagli all’untore se questi non ammettono di avere la foto di Alex Staropoli sul comò. Lethal Attraction zoppica un po’ troppo per impressionare, così come la ulteriormente pompata Children Of The Corn lascia il tempo che trova. Cambio di registro in The Mad Minstrels (With Delusions Of Grandeur), dove le chitarre ritrovano lo spazio vitale e la band fornisce un prova corale dignitosa, ma soprattutto nella solenne The Lake. Quei bontemponi dei VII Gates si divertono a fare i Whitesnake in Cat Eyes, impreziosita da delle note di piano provenienti direttamente da New Orleans e iniziare la conclusiva Feeding The Predator con un attacco swing, per poi continuare fra tastiere Seventies, richiami folk e inserti femminili, nel finale del pezzo.                 
   
In Hoc Signo Vinces si lascia ascoltare volentieri, sprizza gioia di vivere ma spesso delude clamorosamente, impantanandosi in un songwriting già sentito migliaia di volte. Aggiungere trovate simpatiche per variare il tema va bene, ma senza “sbragare”. Non sempre “mettere dentro troppa roba” nei pezzi giova e i VII Gates talvolta esagerano, infarcendo davvero fuor di misura il Loro Heavy Power con ingombranti tastiere che alla lunga risultano stucchevoli. C’è già chi lo sa fare, e più che bene, ma non risiede nelle lande che fanno capo a Halmstad.
  

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

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Tracklist:
1. When Gates Are Opening
2. The Skyrider
3. Dreams They Haunt Me
4. March Of The Amazones
5. Answer To You, Heart (Stranger In The Dark)
6. Immortal (Hymn To The Prison Guard)
7. Lethal Attraction
8. Children Of The Corn
9. The Mad Minstrels (With Delusions Of Grandeur)
10. The Lake
11. Cat Eyes
12. Feeding The Predator

Line-up:
JJ Rockford: guitars, keyboards
Mick Van Slowfoot: drums
Criss Blackburn: vocals
Robert Makek: guitars
Nicola Posa: bass

 

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