Recensione: In Our Wake

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Definire gli Atreyu come dei veterani suona un po’ forzato, ma del resto sono in giro dal 2002 ed hanno pure dato alla luce ben 7 dischi, ultimo dei quali il capitolo che abbiamo per le mani e intitolato In Our Wake. Ordinaria amministrazione musicale potremmo dire, ma se da un lato si ipotizza che nel metalcore basti progredire a suon di ritmiche graffianti e ritornelli melodici, l’evoluzione della band statunitense è fatta di un continuo cammino che si è affinato col tempo e seguita al precedente album senza farsi attendere troppo come la volta precedente, ma lasciando comunque in mezzo tre anni che hanno dato modo a Varkatzas, Saller & company di mettere insieme le idee e sfornare un album maturo, ragionato e per nulla scontato, nonostante possa sembrare quasi ruffiano e scritto a tavolino a chi sia più distante da questa nicchia melodica del metalcore.

 

Non faremo un track-by-track per il semplice motivo che la maggior parte delle canzoni condividono una struttura breve e uno sviluppo costruito attorno ad una serie di note incastrate con la precisione e la cura che si conviene ad una band giunta al loro sedicesimo anno di produttività. La opener, nonché title-track è un esempio definitivo di come cori puliti, pochi ma giusti accordi e un costante occhiolino a come poter agitare le folle in sede live riescano a incastrarsi in maniera cristallina e ficcarvi nelle orecchie un refrain che continuerà a ronzare per giorni, settimane e anche mesi. Senza problemi. In maniera differente, ma con lo stesso scopo e la medesima resa, The Time Is Now è un meraviglioso inno rock che farà tenere il tempo anche ai più ostinati detrattori di una band che in questo preciso istante si allontana di molto dal metalcore più tradizionale ed approda senza remore in ambienti più alternative rock sullo stile Papa Roach. Nothing Will Ever Change merita di essere menzionata per la grinta che trasmette, per una sezione ritmica elaborata, ma che si mette al servizio del bene supremo di una facilità di assimilazione tenuta presente dall’inizio alla fine del disco. Anche Terrified sale in cattedra e mostra il lato più profondo della band, in grado di cullarti attraverso quattro minuti di dolcezza, malinconia, rabbia e un senso di leggerezza che troppe volte si pretende di tener fuori dal meraviglioso calderone metal. Se resisterete alla tentazione di riascoltarla in loop, il resto dell’album offre altrettanta buona musica. Si passa da toni da tipico rock estivo di Safety Pin al pogo di Paper Castle, per proseguire con il groove di No Control o la spiazzante Anger Left Behind che affianca i ritrovati scream del frontman all’immancabile fondamenta melodica dell’album. Conclude Super Hero, che ospita le voci di Aaron Gillespie (Underoath) e M. Shadows (A7X) e no, non è colonna sonora di un film con protagonista Liv Tyler, ma poco ci manca.

Siamo davvero ai confini del metal, anzi di metal c’è davvero poco, ma del resto quanti di voi si trovano qui principalmente per parlare di buona musica? Ecco, in questo scenario dove le definizioni sono soltanto una sfumatura utile ad un disegno più grande, In Our Wake conferma di essere un ottimo album di rock contemporaneo, ascoltabile a raffica a prescindere dal contesto e offrendo quasi un’ora di melodie azzeccate e un’esecuzione composta e che non sbava e non lascia per strada nulla. Un disco maturo, molto piacevole e anche se non sarà ricordato come un capolavoro da tramandare ai posteri sa come regalarvi giornate di spensieratezza. E provate a dirmi che non ne avete bisogno, non c’è niente di male o di più azzeccato per ricaricare le batteria e tornare nella foresta a sfondarsi di black metal o di progressivi 7/8 “pitagorici” sopra a terzinati che anticipano gli accenti tra il battere e il levare.

 

Brani chiave: In Our Wake / Nothing Will Ever Change / Terrified

 

 
75