Recensione: In Search Of Sanity

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Una delle frequenti critiche che, fin dalla sua nascita, ha colpito l’heavy è stata l’accusa di eccessivo immobilismo. Scarsa dinamica compositiva e staticità creativa. Ebbene, ho sempre ritenuto questi punti di vista perlomeno limitati. Se da una parte, in effetti, molte metal-band hanno molto semplicemente proposto gli stessi schemi in continuazione, è anche vero che altrettanti sono stati gli act i quali, spesso inaspettatamente, hanno all’improvviso cambiato rotta rinnovando il proprio stile.

È proprio in questo secondo gruppo che s’inseriscono gli Onslaught con il loro terzo album, “In Search Of Sanity”. Dopo due lavori (“Power From Hell” e “The Force”) nel pieno segno del thrash più crudo e bestiale, gli Inglesi di Bristol (forti anche di una crescente fama tra i metalheads albionici e non solo) riuscirono a strappare un interessante contratto con la Polydor (attraverso il suo braccio inglese, la London Records) e si misero all’opera su un platter che in comune con il passato aveva solo il nome stampato in copertina. Vuoi la pressione della major, vuoi la crescita sia tecnica sia artistica, i Nostri s’impegnarono nella scrittura di un lavoro nettamente diverso, appunto. In seguito alle indicazioni dell’etichetta, la band fu costretta a sostituire uno screamer come Sy Keeler con il più versatile Steve Grimmet (in passato con uno degli eroi della NWOBHM, i Grim Reaper). Nige Rockett alla chitarra rimase il principale compositore, affiancato dalla nuova seconda lead guitar di Rob Trottman (al posto di Jase Stallard che era unicamente chitarrista ritmico). Oltre a Rockett, l’unico membro stabile nella line-up era il drummer Steve Grice, poiché il bassista Paul Mahoney fu sostituito da James Hinder.
Tante novità, quindi.
Abbandonato ogni riferimento al Grande Cornuto e alle sue fiamme infernali, rallentati i ritmi e messa da parte la furia cieca di un metal imbastardito dalla lezione dei Venom; “In Search Of Sanity” rientra ancora nel calderone thrash, ma s’inserisce nel suo filone più cerebrale e tecnico. Attenzione non si parla in questo caso di techno o progressive thrash nello stile di Watchtower, Anacrusis et similia; tuttavia appare evidente come l’ensemble inglese volesse creare qualcosa di nuovo. In una parola, evoluto.

Vediamo come.
L’album si apre con “Asylum”, un intro atmosferico che potrebbe anche raggiungere l’obiettivo di essere inquietante. Tuttavia ha l’enorme difetto di durare oltre cinque minuti. Davvero eccessivo e prolisso. E sembra davvero che la lunghezza dei brani sia un tema comune di questo disco. Fortunatamente con risultati migliori. Con la title-track risaltano subito gli elementi portanti del lavoro: ritmi sostenuti ma controllati, abbondanti dosi di melodia, una buona tecnica di base priva di eccezionali virtuosismi e notevole cura degli aggiornamenti. Le ritmiche e il rifferama ricordano a volte i conterranei e contemporanei Xentrix («“For Whose Advantage?”-era»), con la differenza che nel caso degli Onslaught la voce non è un semplice contorno, ma è in primo piano: un’attitudine rock, se il termine mi è concesso. Tutto ciò si nota anche in “Shellshock” che, grazie al titolo, ci ricorda che alcune delle canzoni, a livello di temi, sono tra loro legate da un filo conduttore relativo alla vera o presunta follia umana e alle costrizioni dei centri d’igiene mentale.
Con “Lightning War” si spinge sull’acceleratore, ma è da dire che strofe e ponte sono migliori di un ritornello banale. Tanto spazio alle chitarre, con un solo lungo e abbastanza elaborato. Gli Onslaught ancora una volta dimostrano di non avere fretta alcuna e la traccia si avvia facilmente verso i sette minuti.
Omaggio piacevole agli AC/DC con “Let There Be Rock”, dove Steve Grimmet gioca a fare il Bon Scott «educato». È un simpatico intermezzo che porta alla più tosta “Blood Upon The Ice”: davvero buona la costruzione del pezzo, in particolare l’unione tra le strofe e i fraseggi di chitarra.
Sembra proprio che i britannici abbiano lasciato le cose più interessanti per la fine. Come l’inizio lento, malinconico e ipnotico di “Welcome To Dying”. E l’umore tende a essere lo stesso in pratica per tutta la durata del brano. Scelta ambiziosa per una band comunque thrash, quella di proporre una ballad di quasi tredici minuti; un incedere rassegnato, senza speranza, che solo nel bridge e nel chorus si lascia andare a power-chords distorti. Si arriva quindi, tra calma e rabbia controllata, alla metà del pezzo, dove una lunga fase di surplace introduce il momento dei soli: prima quello di chitarra, poi - caso strano - quello di basso, davvero molto particolare. E non è ancora finita: c’è ancora spazio per una ripresa del tema principale e quindi una progressiva accelerata tra riff di chitarra in loop. Una suite melodic thrash (?).
Un calderone di prolissità? Dipende da voi, ma lo sforzo di uscire dagli schemi è innegabile.
Si chiude con “Powerplay”, sicuramente uno dei punti più alti dell’album: cattiva e veloce quanto basta, Grimmet sugli scudi, lavoro solistico di categoria per un finale davvero con il botto! Davvero uno splendido esempio di «classic thrash metal».

In “Search Of Sanity”, sebbene in alcuni tratti sia po’ ridondante con alcuni passaggi che sarebbero potuti essere inquadrati meglio, rimane comunque figlio di un’epoca d’oro in cui la personalità era il requisito minimo per pubblicare dischi. Personalità dimostrata anche attraverso il coraggio di cambiare ed evolversi.
Da riascoltare.  

Vittorio “Vittorio” Cafiero


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Track-list:
1. Asylum 5:17    
2. In Search Of Sanity 7:23    
3. Shellshock 6:46    
4. Lightning War 6:57    
5. Let There Be Rock (AC/DC Cover) 4:03
6. Blood Upon The Ice 8:22
7. Welcome To Dying 12:41    
8. Power Play 6:25

All tracks 58 min. ca.

Line-up:
Steve Grimmett – Vocals
Nige Rockett – Guitar
Rob Trottman – Guitar
James Hinder – Bass
Steve Grice – Drums
 

 
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