Recensione: In The Minds Of Evil

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A corrente alternata i Deicide scollinano i venticinque anni di attività, includendo gli Amon, e, messo da parte qualche passaggio a vuoto durante gli anni, sono sempre rimasti costanti nel proporre nuovi dischi con cadenza di due, massimo tre anni di distanza l’uno dall’altro. Il fatto che alcuni siano risultati deludenti ci può anche stare, per una band che si è trovata a fare i conti con un trittico infernale (“Deicide”, “Legion” e “Once Upon The Cross”) che li ha messi costantemente a confronto con se stessi. La stessa cosa potrebbe esser detta, con situazioni interne differenti, per i cugini di ‘area’ Morbid Angel e Obituary.

Un’eredità dunque pesantissima e non facile da onorare, a partire da “Serpents Of The Light” (1997) in poi. Ma Benton è uno di quei capitani ostici dalla tempra dura, che difficilmente abbandonano la nave, anche se dovesse rimanere il solo e ultimo dell’equipaggio. Piuttosto si lascerebbe inghiottire dalle onde nella tempesta dell’intro di “Once Upon The Cross”, pur di perseguire il suo malefico scopo. E nonostante l’uscita di scena prima della formidabile coppia di axe-men composta dai fratelli Hoffman nel 2004, e ultimamente del chitarrista Ralph Santolla, l’uomo d’acciaio è sempre riuscito a trovare ottimi ‘gregari’ per continuare a far tremare gli ambiti nei quali si muove. La fortuna di aver trovato sulla sua strada l’ex chitarrista dei Cannibal Corpse Jack Owen ha ridato speranze al quartetto, ormai dato da diversi anni per spacciato, con un’ottima presentazione in “The Stench Of Redemption” del 2006. Ma ancora una volta è stata solo un’illusione, perché i dischi che seguono non sono all’altezza del precedente, bensì due passi falsi, e portano il nome di “Till Death Do Us Part” del 2008 e “The Hell With God” del 2011, leggermente meglio del primo, che lascia qualche speranza ormai ridotta al lumicino per un ritorno da Deicide con la D maiuscola.

Anche se Benton è uno di ‘quelli’ che o si ama o si odia, c’è da ammettere in maniera oggettiva che è uno dei pochi, che, pur non rischiando nulla d’innovativo, ha sempre portato avanti il suo messaggio (a volte al limite del ridicolo) con uno spietato death metal, molto spesso ben congeniato, ma a volte debole e ripetitivo. Con “In The Minds Of Evil”, che vede l’inserimento di Kevin Quirion ad affiancare Owen alla chitarra, i floridiani danno nuovamente segni di reazione, tornando a martellarci col loro sound granitico, che mette in evidenza la macchina portante che risponde al nome di Steve Asheim, a mio avviso un vero caposcuola del death metal (parlare solo di old-school sarebbe altamente riduttivo), sempre in secondo piano sia al cospetto del proprio leader nella band, che nelle ‘particolari classifiche’ riservate ai mostri delle pelli. Lui è uno che fa il lavoro sporco, a servizio della musica imposta da Benton ed è il fedelissimo del capitano col quale divide gioie e dolori dai primordi.

Non sarebbe efficace e corretto un paragone musicale con i primi lavori di Benton, ma le sensazioni riscontrate in “In The Minds Of Evil” riportano (anche se con un po’ di fantasia), sia come carattere vocale che come intenzione distruttiva, ai primordi, vediamo come!

Neanche il tempo di respirare che è subito title-track, e sassate sui denti per tutti. Venti anni sembrano non trascorsi dal ‘trittico’ e “In The Minds Of Evil” è un colpo basso inaspettato, con Benton che rimette in chiaro le cose: la saga Deicide è ancora viva e gode di ottima salute, dopo qualche malore negli anni passati. Tanto che la successiva “Thou Begone”, primo estratto da dare in pasto agli assetati del sangue di Benton, rispetta il canone, con più sezioni, tra cui s’intravedono i primi soli malati dei due axe-man Owen e Quirion e il terzinato così caro al vocalist, che continua questa ‘ritmica vocale’ su “Godkill”. Non c’è tempo di respirare, tutto è tirato a mille, poche ancore a cui aggrapparsi, fin qui c’è tutto ciò che nessuno si aspettava: potenza e aggressività miste a quel sound infernale che il quartetto è stato capace di imporre nella scena estrema. Riff di chiara estrazione Owen sono alla base di “Beyond Salvation” e “Even The Gods Can Bleed”, con qualche mid-tempo per stemperare la tensione. Attenzione, nulla di eclatante sotto il profilo chitarristico, nonostante i soli e il riffing siano ben costruiti e amalgamati ‘a dovere’ col resto. Quello che fa la differenza è il duo dei miracoli Benton/Asheim, che riesce a imporre ritmiche e accelerazioni folli (“Misery Of One”).

Bello il solo iniziale di Owen in “Between The Flesh And The Void”, che trova qualche breve espressione black al suo interno, ma niente di evidente e da far gridare allo scandalo, poiché bastano i soli testi per la causa! “Trample The Cross” è introdotta da un solo diminuito di chitarra e sprofonda Benton negli inferi a intonare quello che è un ritornello terrificante, così come per quello della seguente “Fallen To Silence”. “Kill The Light Of Christ” è tra le più drammatiche rappresentazioni messe in atto dalla band e vive su un cromatico riff discendente. Avrei probabilmente chiuso il disco con questo brano, anziché con “End The Wrath Of God”, che, seppur di buona fattura non regala nulla di nuovo, oltre alle schitarrate ‘alla Malmsteen’ nella sezione soli.

Ritorno prepotente come da copione quando c’è di mezzo Benton, che riesce ancora una volta a rimettere in piedi la sua creatura malvagia, alla faccia di chi lo aveva dato spacciato tempo fa. In The Minds Of Evil ne è la concreta certezza, e, seppur non mostra particolari evoluzioni sul lato compositivo, perlomeno ci regala (abbastanza) emozioni sotto il profilo della compattezza e dell’impatto sonoro.

Bentornati Deicide!

Vittorio “versus” Sabelli

 

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