Recensione: In the Mouth of the Devil

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A quattro anni dal debut-album ("Until the Whole World Dies?.?.?."), è tempo della seconda prova, per gli svizzeri Conjonctive, che si concretizza nel loro nuovo full-length, intitolato "In the Mouth of the Devil".

Dalle parti di Nyon, nel cantone di Vaud, l'atmosfera è cupa, gelida, quasi horrorifica, ad ascoltare il tremendo deathcore che sprigiona il platter. L'opener-track 'Purgatory', con il suo incipit orchestrato, è l'ultima frontiera prima del baratro infernale. Prima di finire in bocca al Demonio.

I Conjonctive, difatti, macinano la loro musica con un'intensità totale, assoluta. Il loro sound è puro *-core. Taglia come un affilato rasoio la pelle di mani e braccia, quasi a stimolare atti autolesionistici. Ma, soprattutto, è massiccio come un macigno. Massiccio da far paura. Tanto che è un'impresa ardua, viaggiare dalla stessa 'Purgatory' a 'Constellations & Black Holes' senza prendere mai fiato. Se si dovesse indicare qualcuno in grado di metter giù il deathcore perfetto, allora non si potrebbe non citare i Nostri, fra gli altri. Autori di un suono pazzesco, monumentale, granitico. Che, oltre a segare le ossa, le trita con una forza devastante. Asettica, chirurgica.

Probabilmente, troppo.

I breackdown non si possono discutere, quando si maneggia il deathcore. Sono parte integrante e sostanziale, guai a non metterli in mezzo. Si snaturerebbe definitivamente lo stile natio. I Conjonctive però, ne fanno un uso smodato. C'è un senso, chiaramente. Che è quello di essere più pesanti possibile. Lo dimostra anche la soluzione del doppio vocalist, nella quale pare esserci una sorta di gara, fra Sonia e Randy, a chi si raschi maggiormente la gola. Competizione senza vincitori né vinti, giacché entrambi schizzano gocce sublimate di sangue, frutto dell'attrito dell'aria compressa dai polmoni sulle pareti carnose dell'ugola. Oltre a loro due, le chitarre di Raph e Yannick schioccano riff arcigni e compressi, maledettamente, compressi; mentre il basso di Erwin e la batteria di Manu bombardano l'etere con le più basse frequenze. Facendo letteralmente ballare le budella, soprattutto quando il ritmo si gira nei blast-beats.

Tutto ciò, se mirabile, dal punto di vista tecnico-esecutivo, diventa sterile come il Mar Morto, se osservato con l'occhio dell'arte. Le canzoni, infatti, paiono essere pericolosamente simili le une alle altre. Un punto a favore della compattezza generale del disco ma, anche, un richiamo irresistibile per colei che dell'arte medesima è nemica: la noia. I trentotto minuti di durata di "In the Mouth of the Devil" potrebbero sembrare pochi. Sfortunatamente per i Conjonctive, diventano inesorabilmente troppi. Giusto per sperimentare un esempio a caso, 'The Cult of the Shining Planet', corta nemmeno quattro minuti, diventa implacabilmente lunga, anzi lunghissima, per quel poco che offre in termini di songwriting. Quest'ultimo piatto come una tavola, malgrado la bontà del sound su cui scivola.

Peccato, perché gli elvetici ci sanno fare davvero, con i loro strumenti - voci comprese - ma, davvero, alla fine sono esageratamente e tediosamente la copia del medesimo loop.

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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