Recensione: In The Name Of Hell

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Schoolomance
Rule by the devil
Where you learn the witchcraft
Power of the spell


Il diavolo, si sa, è una delle creature più misteriose e tentatrici. C’è chi lo odia apertamente e chi (il mondo del metal) addirittura lo idolatra. Per questo si sono scritti capolavori in suo nome e alcuni pazzi, passati alla storia, hanno pure bruciato chiese; ma non sono qui per raccontarvi la storia del black metal. 
Il mio intento è di cercare di recensire l’opera prima degli Italiani Devil’s Disciples, che ci porterà a fare un giro di sola andata all’inferno e magari alla fine ci scapperà pure un selfie. Battute a parte, nel 2014 esce il debut album “In The Name Of Hell”, dopo che i Nostri hanno fatto resuscitare i Cocaine Cowboys (ora Devil’s Disciples) con cui hanno suonato per undici anni.


Il terzetto prende spunto dai Motorhead e soprattutto dai Venom, ma quello che colpisce è la verosimiglianza con questi ultimi, quasi che Cronos e Mantas si fossero trasferiti in Italia per incidere un nuovo album. Giudicate questo come positivo, perché i ragazzi hanno fegato e mostrano talento, oltre al fatto di aver trovato in Federico Viola dell’Animal House Studio un valido fonico, che è riuscito nell’intento di ricreare il tipico sound Venom, italianizzandolo, con inserti thrash. Si sente subito che la voce è intrisa di birra (non tanto quanto quella di Cronos) e che è profonda e lontana ma al contempo anche punk; che sia tutto uno scherzo del diavolo che ha ringiovanito i tre Venom?  Sarà la prima e l’ultima volta che lo dico: quest’album è a detta di chi vi scrive un gran disco; ogni nota, assolo e parola è incastrata nel giusto punto al giusto momento. 


“Church Burner” ha un giro chitarristico alla Lemmy and Co con un cantato in stile black e un assolo centrale classico che mette in risalto le capacità di tutta la band. “We play rock’n’roll, high mass of purification”. Da qui in poi ci saranno solo mazzate e potenziali canzoni da headbanging. “Rotten”, riff thrash su uno sfondo black, racconta di come uno possa indossare una maschera per ignorare e nascondere gli scheletri nell’armadio. Il nostro canta: “No one dare to dig out the secret you keep close, scared had to admit that under the mask, all we are, rotten”! Ottima la prova di Judah The Beast (batteria), come in tutto l’album. 
“Worshippers Of The Dying Whore” è un mid-tempo black intriso di riff quasi doom, mentre “Lucifer” si apre con un urlo strozzato; il riffing principale, qui rivisitato, ricorda moltissimo quello di “Countess Bathory”.  Con la precedente traccia stavamo scendendo all’inferno e ci stavamo dirigendo al suo centro, mentre quest’ultima è un inno a Lucifero . “School of The Devil” ha un riffing black e allo stesso tempo rock, ma il ritornello rimarrà in testa e viene voglia di cantarlo a squarciagola tutte le volte che passa.

 
“Edge of Sanity” si apre con un giro di basso quasi grattugiato, alcuni riff di chitarra thrash su cadenze black e un ritornello, che recita il titolo del brano, cantanto in coro da tutta la band.  “See You in Hell” è ottima come tutte le altre ma non aggiunge niente di più di quanto già detto, sennonché è l’ultima e al suo interno è presente una ghost track - lodevole riferimento al passato - da non confondersi con la canzone dei Grim Reaper.  


Capitolo a parte lo merita o lo demerita, vedete voi, “The Devil Ain’t Dwell’s in Hell” perché è una canzone unplugged. In un contesto come questo è fuori luogo e non capisco come mai sia stata inserita, mentre In un album di altro genere farebbe la sua sporca figura. Peccato, perché se non fosse stata registrata, questo album avrebbe potuto rasentare la perfezione. Ciò non toglie che non è mai stato così bello viaggiare all’inferno e che tutti gli amanti del metal dovrebbero possedere questo cd. Attenzione! Il diavolo tentatore è dietro l’angolo e “I got the power to make you die by one look from my eyes”!

 

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