Recensione: In The Raw

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Dopo una serie di live-dvd pregevolissimi (uno dei quali immortala la prova al Teatro della Luna del 2016), alcune cadute di stile (vedasi il commerciale From Spirits and Ghosts, Score for a Dark Christmas) e momenti di grande musica d’arte (Ave Maria – en Plein Air), l’ex voce dei Nightwish torna sul mercato con il suo ottavo studio album in quindici anni di carriera solista. La cura estetica con cui l’artista finnica rifinisce ogni sua uscita è di nuovo confermata nei minimi dettagli, non a caso è in vendita anche una deluxe edition con un photo booklet per fan incalliti…
Ma veniamo alla musica. In the raw non è solo l’ennesima uscita fine a se stessa, ma un disco con alcuni pezzi riusciti e lo spettro sonoro che contraddistingue Tarja, voce che può passare da momenti gotici ad altri sublimi ed eterei. I cinquanta minuti abbondanti del platter scorrono senza troppe forzature e la produzione cristallina fa il resto, senza contare una line-up di musicisti di tutto rispetto come Kevin Chown al basso (purtroppo da poche ore fuori dalla band).

Le danze si aprono con i circa sei minuti di “Dead Promises”. Niente mezze misure, un riff veloce e sincopato, sorretto da ritmiche droppate introducono il primo brano metal del disco, con la voce di Tarja subito su toni gotici e solenni. Il ritornello è facile facile, sembra di ascoltare i Within Temptation… del resto la presenza di Björn Strid (Soilwork) è il valore aggiunto del pezzo, sia in clean sia nelle parti in scream. In definitiva tutto è al posto giusto, il sound targato Tarja conferma quanto di buono proposto con The Shadow Self, ma dai restanti nove brani ci aspettiamo un maggiore eclettismo. Veniamo subito accontentati con la valida “Goodbye Stranger”, hit dal grande potenziale e la voce di Cristina Scabbia a regalare emozioni: stupisce, infatti, l’effetto che si crea nell’accostamento delle due ugole e i refrain è una vetrina davvero congeniale per la vocalist dei Lacuna Coil (aspettiamo in autunno il nuovo album Black Anima). Se volessimo confrontare questa song a “Paradise – What About Us” (che vede la Turunen come special guest) il confronto vedrebbe prevalere il brano più recente.
La presenza di cantanti ospiti finisce qui per il momento. Ora tocca solo a Tarja. “Tears in Rain” e “Railroads” sono brani passabili, ma non eccezionali: più potente (e con rimandi alternative rock) il primo, compassato e sognante il secondo. Il picco emotivo del platter arriva nei minuti successivi. “You and I” è una ballad da pelle d’oca, senza chitarre, solo la voce di Tarja, tasti d’avorio e arrangiamenti di sintetizzatori. Potrebbe tranquillamente figurare in una soundtrack d’autore o in un album di Celine Dion. Il climax prosegue con “The Golden Chamber”, sette minuti di musica celestiale, con i vocalizzi eterei dell’ex-Nightwish e creare un’atmosfera artica e irreale. L’ultima mezzora si compone di quattro brani, tre dei quali dal minutaggio medio-alto. “Spirits of the Sea” è il brano più tirato in scaletta, con buona carica gotica; “Silent Masquerade”, invece, non centra l’obiettivo di creare un duetto esplosivo con Tommy Karevik (Kamelot, Ayreon, Seventh Wonder), Tarja prevarica la voce dello svedese e il brano non decolla. Prima dell’epilogo troviamo la pomposa “Serene”, degna degli Epica, e il cerchio si chiude con “Shadow Play”, che inizia con un lungo crescendo e cadenze prevedibili; il break a metà composizione con pianoforte e voce risolleva le sorti del brano che dopo una pausa può tornare a farsi ieratico nei minuti finali.

In The Raw è la quintessenza di Tarja ad oggi. Niente assoli stellari, doppia cassa centellinata, semmai brani cuciti perfettamente attorno alle potenzialità della sua voce così rappresentativa. La Turunen, con il suo personale al limite dell’androginia, incarna per certi versi la tensione tra angelico e diabolico, può vestire con facilità tanto i panni della mistica quanto quelli della lamia più inquietante. Di questo delicato connubio vive la sua musica e finché saprà restare su questi livelli ben vengano nuovi album di questa portata.


Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

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