Recensione: Incarnate

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È davvero così difficile fare del metalcore melodico?

In teoria no, voglio dire… qualche ritornello smielato, i soliti riffoni a cavallo tra groove/thrash e hardcore e quando siamo in difficoltà ricorriamo ai collaudatissimi breakdown, che ci vuole…

Ma in pratica? In pratica non è proprio così e in effetti ci sarà pure un motivo se ascoltando un album come “Incarnate”, nuovo parto di casa Killswitch Engage a distanza di tre anni da “Disarm The Descent”, la qualità e il metodo di una band che questo genere l’ha praticamente inventato e poi portato al grande successo si sentono tutti. Eccome.

Rispetto al suo predecessore – discreto, a tratti anche buono ma globalmente ancora un po’ incerto sul da farsi, complice il cambio al microfono a lavori in corso – “Incarnate” suona più compatto e coeso, al punto da sgombrare presto il campo da qualsiasi dubbio sulla tenuta nel tempo del combo del Massachussets.

Di mestiere ce n’è – è innegabile – ma il dosaggio è tale da conferire all’album un piacevole retrogusto di familiarità più che infastidire; il resto lo fanno una serie di canzoni (ben quindici, comprese le bonus track) sostanzialmente prive di punti deboli e in grado di spaziare senza forzature lungo tutto l’arco espressivo percorso dal quintetto a stelle e strisce dagli esordi sino ad oggi. Al punto che dalla sorprendente accoppiata di testa – composta dalle indovinatissime “Alone I Stand” e “Hate By Design” – fino alle più emozionali “Just Let Go” e “Loyalty” (più vicine ai KSE dell’era Jones che non a quelli dell’era Leach), passando per brani più inusuali come le splendide core-ballad “Cut Me Loose” e “We Carry On”, il passo finisce per sembrare più breve di quanto in realtà non sia.

Ad ulteriore testimonianza della bontà del livello complessivo della tracklist occorre dire che nemmeno le più tirate “Reignite” e “The Great Deceit” o la più groovy ”Triumph Through Tragedy” tradiscono le attese, sicché sono brani tutt’altro che infami come “Quiet Distress” ed “Embrace the Journey … Upraised” (praticamente degli outtake da “Disarm The Descent” per sonorità e atmosfere) o la fin troppo ammiccante “Unitl The Day” che finiscono per risultare tra i meno brillanti del lotto.

Che dire? I maestri sono tornati e anche (o forse soprattutto) grazie al contributo di un Jesse Leach in grandissima forma sono riusciti a proporre un album fresco, a suo modo vario e in definitiva molto piacevole da ascoltare, confermandosi tra i maggiori esponenti dell’intera scena metal(core) degli anni 2000/2010, con buona pace delle miriadi di imitatori senza talento e di tuti coloro che non distinguono tra originali e (brutte) copie.

Stefano Burini

 
80