Recensione: Infernal Rock Eternal

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Quando l'estemporaneità diventa regolarità. Nati come un diversivo dell’annoiata superstar Shagrath, i Chrome Division sono via via diventati un gruppo che non sbaglia l’appuntamento con l’uscita discografica ed è ormai arrivato al quarto lavoro in meno di dieci anni.
 
La cosa non può che farci piacere, il mondo necessita ora come non mai di rock n’roll ed i norvegesi sono ben scafati nell’interpretare partiture arcinote ma sempre in grado di dare la scossa  alle nostre stanche ossa.
 
Hard rock, sleaze, southern ed heavy metal: le note vengono tutte da li, il poster dei Motörhead è sempre appeso in garage sopra la Harley e se la Los Angeles assolata e corrotta degli 80’s è lontana chi se ne frega, anche i muri sanno che da una quindicina di anni il paradiso di queste sonorità è la Scandinavia.
 
Un talk box, che la mia mente assocerà per sempre a Slash e a una VHS rovinata a furia di vederla, da inizio alla degenerazione con “Endless nights”.  Shady Blue, al secolo Athera dei buoni blackster Susperia, pare aver letteralmente scippato le corde vocali al miglior Lemmy e con la stessa voce scartavetrata canta di vita vissuta fino all’ultima stilla prima dello stupendo ritornello, sfacciatamente “paraculo”. E già, il copione, sempre uguale a se stesso da decenni, risulta ancora straordinariamente efficace: strofe di sporco rock stradaiolo e refrain esplosivi. Tutto già visto? Tutto già detto? Embè, funziona sempre alla perfezione, quindi poche ciance ed andiamo avanti.
 
Ed avanti significa arrivare a un pezzo da urlo come (She’s) Hot tonight, inno perfetto per celebrare un party a base di donnine allegre e alcool come se piovesse.
Se vi fa specie associare l’aggettivo “sudista” ad una band di Oslo, andatevi a sentire la sofferta ballata “Lady of perpetual sorrow” o le aperture di “On the run again” e ditemi cos’altro usereste.
 
Soltanto verso la fine della sua durata “Infernal Rock Eternal” vive dei momenti di stanca, ma tutto sommato non andiamo oltre due episodi un po’ troppo ripetitivi (“Reaper on the hunt” e “You’re dead now”) in un disco per il resto pieno di cromato (è proprio il caso di dirlo!) e selvaggio rock.
 
Oltre a Shady, fanno la loro gran figura le due chitarre di Shagrath e Damage Karlsen; qualche riserva da pignolo duro a morire ce l’ho invece su Tony White alla batteria: intendiamoci, la sua prova è puntuale e fantasiosa, ma a volte tende a picchiare eccessivamente quelle pelli, un modo più metal che rock di suonare. Ma come appena detto, sono un dannato pignolo.
 
Quindi, chiamate a raccolta i vostri amici, indossate bandane e pantaloni di pelle , procuratevi una bottiglia del vostro whisky preferito, una copia di “Infernal Rock Eternal” e datevi alla pazza gioia: qua c’è tutto quanto vi serve per andar fuori di testa e particolare non da poco, è la roba migliore pubblicata da Shagrath da tanti anni a questa parte. Chi ha orecchie per intendere, intenda!

Matteo Di Leo.

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