Recensione: Infestissumam

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Teatrali, eccessivi ma anche un po' burloni, per certi versi sottovalutati e per altri probabilmente sopravvalutati: di chi staremo mai parlando? Ma dei Ghost (B.C.), ovviamente!

Della band svedese, visto il gran chiacchiericcio creatosi attorno a loro, sappiamo ormai più o meno tutto o, quantomeno, tutto quello che è dato sapere, vale a dire la provenienza e i “nomi d'arte” dei ben sei componenti della line up. Inutile, dunque, perdere tempo con le presentazioni e meglio passare oltre, provando ad analizzare il “fenomeno” Ghost.

A ben vedere, non è certo la prima volta che una band hard 'n' heavy si avvale di  trucco e costumi di scena dal tono più o meno orrorifico (vedasi illustri predecessori come Kiss, Alice Cooper e King Diamond). Né, egualmente, i Ghost sono i primi a giocare con l'alone di mistero attorno alle proprie reali identità (vedansi, a memoria, Slipknot e The Way Of Purity) o a rimestare, in quanto a tematiche, nel torbido immaginario dell'occulto e del maligno (l'elenco sarebbe davvero troppo lungo). Viene quindi spontaneo chiedersi il motivo di tanto interesse mediatico; escludendo il fattore immagine, sarà forse la musica? Tutto sommato nemmeno: chiunque abbia un buon bagaglio di Hard Rock ed Heavy Metal classico (dal proto-doom dei Black Sabbath all'heavy più debitore del prog rock di gruppi come i Black Widow, passando per le atmosfere barocche ed insinuanti dei Mercyful Fate), non troverà probabilmente di che saltare dalla sedia ascoltando il nuovo “Infestissumam” (“più ostile”, in latino: altro topos ricorrente).

E allora che c'è? C'è che questi sei scandinavi sono molto furbi e quindi, senza proporre nulla di sconvolgente eppur giocandosi bene le proprie carte, sono riusciti a creare una proposta (in buona parte) accattivante nella quale confluiscono tutti gli elementi “visivi” e “sonori” finora citati (più altri ancora) ed il tutto senza mai dimenticare una discreta dose di ironia (come si fa a prendere realmente sul serio le invocazioni filo-sataniste di una band capitanata da un'autoproclamatosi Papa Emeritus, con tanto di tiara e bastone e pure ristilizzato in una sorta di versione beta?)

Vista l'attitudine al “marketing” dei Fantasmi non c'è dunque da stupirsi se, ascoltando il disco, ci si accorge di stare man mano saltabeccando tra mille e più generi ed influenze: la loro abilità sta proprio nel non far perdere (quasi) mai la bussola all'ascoltatore, pur proponendo pezzi spesso molto diversi tra loro. E così, grazie all'unitarietà espressiva giustamente imposta da alcuni tratti stilistici di base, dalla compattissima e letale combo heavy/doom costituita da “Infestissumam” e “Per Aspera Ad Inferi” fino al tanz metal (Rammstein docent) dell'efficacissima “Year Zero”, passando per il prog rock oscuro della spettacolare “Ghuleh/Zombie Queen”,  il passo sembra, pur non essendolo, tutto sommato breve. Tratti, si diceva, come l'inconfondibile voce di Papa Emeritus (II), sottile, maligna e sibilante (eppur, a suo modo, sorprendentemente melodica), come i riff ritmati e ipnotici o, ancora, come le atmosfere perennemente sospese tra surrealtà e humour nero.

Peccato che non tutto l'album mantenga i livelli dei quattro brani citati e se, da un lato, le conclusive “Depth Of Satan's Eyes” (Hammond a più non posso, come pure in “Ghuleh”) e “Monstrance Clock” (dal refrain letale), proseguono sulla giusta strada e chiudono l'album come meglio non si potrebbe, è altrettanto doveroso affermare che i restanti brani sono almeno un gradino indietro. E così “Secular Haze” è probabilmente l'unica a meritarsi lo skip, “Idolatrine”, pur contribuendo a fare atmosfera e ascoltandosi tutto sommato volentieri, manca un po' di sostanza mentre, per finire, “Jigolo Har Megiddo” e “Body And Blood” si mantengono su livelli più che sufficienti senza, in ogni caso, brillare troppo.

Come accennato nell'introduzione, i Ghost sono una band certamente contradditoria e proprio per questo motivo passibili dei giudizi più disparati. L'attenzione al lato commerciale è evidente, sia dal punto di vista visuale sia dal punto di vista prettamente musicale, tanto da finire per offuscare, talvolta, dei contenuti tutto sommato degni di nota. Qualche altra perplessità la desta l'altrettanto ostentato “cerchiobottismo” grazie (o a causa del quale, a seconda dei punti di vista) una band dall'attitudine decisamente poco “true”, nonostante costumi e tematiche, sia riuscita in ogni caso a guadagnarsi un proprio spazio nel panorama del metal contemporaneo, proponendo di fatto del rock dai toni danzerecci, molto meno pesante di quanto sembrava lecito attendersi e solo in parte sconfinante nell'heavy classico prima maniera.

Per noi “Infestissumam” è un album discreto e divertente (a patto di non prenderlo troppo sul serio), un lavoro che resisterà probabilmente anche parecchio nel vostro stereo/iPod in virtù delle sue innegabili qualità “melodiche”; per il capolavoro, tuttavia, sarà meglio ripassare un'altra volta.

Stefano Burini

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