Recensione: Infinita Symphonia

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A quattro anni dalla prima demo “Into The Symphonia” (2009), due anni dopo il debut “A Mind’s Chronicle” (2011), già da allora in forze alla Scarlet Records, i laziali Infinita Symphonia tornano sulla scena per affrontare la prova dell’album che reca lo stesso nome della band. Il self-titled album è spesso un momento importante, nel quale i gruppi, non necessariamente vincenti nell’impresa, cercano di imprimere a fuoco sul pentagramma il proprio stile caratteristico e distintivo. Scende così tra noi “Infinita Symphonia”, registrato e mixato a Roma, agli Outer Sound Studio di Giuseppe Orlando (Novembre). Il mastering, tutto finlandese, è invece affidato ad Henkka Niemistö e Svante Forsbäck, al Chartmakers Studio (Sonata Arctica, Apocalyptica).

Non c’è tempo per voltarsi indietro in troppe elucubrazioni da cronistorie mentali, neppure per reclamare un’intro come accadeva nel precedente episodio: il primo singolo “If I Could go Back” arriva diretto e graffiante come il riff di apertura, armonizzato dal lavoro delle tastiere. Subito la voce del talentuoso mattatore Luca Micioni prende il suo posto nell’opera e confeziona un solido brano di apertura in assoluta coerenza con quanto già proposto dalla band.
Ancora in climax attraverso tanti cambi di tempo con “The Last Breath”, un ultimo respiro molto lungo e dalle caratteristiche più dichiaratamente prog, nel quale la band amalgama a suo modo riffing, melodia e drumming. Sempre molto apprezzabile il lavoro di canto e controcanto del già citato Micioni e del chitarrista Gianmarco Ricasoli in backing vocals.
Intro atipica per “Welcome to my World”, brano che attraversa vari generi e quasi catalogabile come nu-metal, stigmatizzazione spezzata da un assolo stile Stratovarius. Anche qui ottima l’interpretazione di tutta la band in un brano di difficile catalogazione. Chitarrra effettata in apertura che ricorda i primi Lacuna Coil per “Drowsiness”, ancora tra stati mentali e sensazioni oniriche con la melodia del ritornello che ti subito entra in testa. Il brano accelera via via in un crescendo, fino al buon growl di Ricasoli che fa da preludio all’ultimo chorus.
Nel mezzo del nostro ascolto non poteva mancare la ballad romantica: “In Your Eyes”. Questo secondo singolo (il video, come nel caso di “If I could go Back, è disponibile su youtube) farà storcere il naso ai meno open-minded come da sempre capita con il pezzo quasi-pop in un album power, ma va ammesso che si tratta di una tra le più intense ballad power dell’anno. Nel ritornello la voce dickinsoniana a la “Tears of The Dragon” di Micioni mette davvero i brividi.
Arpeggio come in “Drowsiness” per “Fly”, ma il brano parte subito con tutt’altri crismi. Grande attacco alla voce ed ecco comparire sul palcoscenico il tanto annunciato Michael Kiske, autore di una prova magistrale in un brano con un songwriting decisamente sopra le righe, nel quale le due voci si richiamano in un’alchimia di invidiabile fattezza. Cerchiamo di essere obiettivi: nel bene e nel male il cameo del leggendario ramingo Kiske è una buona idea promozionale volta ad allargare gli orizzonti commerciali e far conoscere la band agli innumerevoli fan kiskiani, in continuità con quanto già fatto nel dittico del precedente album “Here There's No Why” - “Only one reason”, rispettivamente con la voce di Fabio Lione e Tim “Ripper” Owens. Un’idea certamente vincente che come sempre farà discutere il pubblico, ma che forse fa perdere un po’ di vista il punto della questione: “Infinita Symphonia” è un gran bell’album, con o senza la voce solista dei due Keeper.
Interludio acustico con “Interlude”, un’intuizione simpatica, quasi un flamenco di breve durata che aiuta a spezzare l’ascolto e favorisce l’assimilazione dell’album dai primissimi ascolti. Sempre chitarra acustica per “Waiting for a Day of Happyness”, power ballad dal sapore più tradizionale – e pertanto meno carismatica.
Basta dare una sbirciata all’artwork per richiamare quelle dieci e venti, “X IV” indicate dalle lancette e scandite dall’orologio: un’intro ambient dal sapore tenebroso che ci ha accompagnati durante l’ascolto, in vista del brano di chiusura.
Limbo” nasce senza soluzione di continuità col precedente brano, con atmosfere che ricordano da vicino il clima del dantesco di “Tyranny of Souls” del già citato Bruce Dickinson; buon brano che tuttavia lascia un po’ con l’amaro in bocca in chiusura, incapace di sigillare degnamente una prova che, seppur tra alti e bassi, resta degna di nota.

“Infinita Symphonia” è un album fuori dagli schemi, che attinge a piene mani dal precedente ma che si manifesta con una nuova anima più prog ed hard rock, in sfavore di alcuni, pur presenti, stilemi power e sinfonici. In un tempo in cui ogni (sotto)genere sembra aver detto tutto e riempito con dovizia di dettagli e ricercatezza ogni pagina della sua “Storia dell’x-metal”, un argomento spesso decisivo a favore o sfavore di un album recente è la sua capacità di attraversare i generi, di sorprendere l’ascoltatore con soluzioni dalla catalogazione ineffabile, di comunicare qualcosa di nuovo senza emulare pedissequamente i vecchi schemi triti e ritriti, riuscendo a smarcarsi dalle consuetudini per uscire dal mondo sempre più popolato degli epigoni con grandi miti e poche idee. In questo possiamo tranquillamente affermare che “Infinita Symphonia” riesce perfettamente nella sua instauratio magna, a riprova di quanto di buono già dimostrato nel debut “A Mind’s Chronicle”.
Forse questo “Infinita Symphonia” non convincerà chi era scettico sin dai tempi del debut, forse si poteva fare ancora di più, forse qualcuno – come il sottoscritto – sentirà un po’ la mancanza della vena più spiccatamente symphonic-power del primo album, ma i talentuosi ragazzi sono ancora giovani e ci auguriamo che possano essere ancora tante, per non dire infinite, le pagine di questa sinfonia ancora da scrivere.

Luca “Montsteen” Montini

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