Recensione: Inhale The Void

Di Vittorio Sabelli - 23 Luglio 2013 - 14:13
Inhale The Void
Band: Wound
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2013
Nazione:
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75

 

Dalla Germania – da sempre terra di death e di metallo rovente – si presenta sotto etichetta F.D.A. Rekotz una band che non va ad alimentare ulteriormente il più inflazionato melodic death metal, ma che prende spunto da quella che è la old-school di stampo svedese. La recente etichetta tedesca (2006) avvezza alla vecchia scuola, punta sulla band di Wiesbaden affiancandola ad act quali Revel In Flesh ed Entrails, e gli Wound ricambiano la fiducia dando alla luce il loro primo full-length “Inhale The Void”, che va a recuperare quattro delle sue dieci tracce dal demo dello scorso anno “Confess to Filth – Demo MMXII”.  

Sin dal primo impatto ci troviamo di fronte un disco compatto, ben suonato e con una coerenza degna di grandi nomi che sguazzano da sempre nell’underground. E non lasciamoci ingannare, perché il quartetto riesce a dare spunti interessanti a differenza di molte band che si cimentano con la vecchia scuola, in primis con la scelta dei suoni, che caratterizzano l’andamento della musica espressa.

Sulle composizioni non possiamo aspettarci salti mortali, ma le introduzioni dei brani destano interesse, sia in quella quasi-dance-style di “Echoes” che nella successiva “The Unsolved Obscurity”, che omaggia Dismember & Co. Le strutture sono ben scandite nei passaggi da una sezione alla successiva, soprattutto dai cambi di registro di Schettler, che mette in gioco le sue qualità vocali, disponendo di un range che passa dal brutal al black con estrema disinvoltura. Il suo ruggito acidulo – che sarà una sorta di leitmotiv nel corso del disco – irrompe prepotentemente nella breve intro “Odium” andando a disturbare un solenne incontro melodico. Altro elemento che spicca nel corso del disco sono i momenti punkeggianti dettati dal drumming di Appel, tipici di Autopsy e Master e alla base di brani quali “Forever Denial” e “Confess To Filth”, che evidenzia le chitarre crunchy di chiara ispirazione Entombed. La cavalcata di basso di Schulz in “Corroded From Within” mette in risalto l’ugola d’acciao di Schettler che si corrode in lancinanti screaming e growl che portano la musica verso nuovi territori, ma non molto distanti dal punto di partenza. Ancora un’introduzione attira l’attenzione, questa volta è quella di “Among You”, che tira dritto senza troppi fronzoli, e il ritornello la rende addirittura orecchiabile, mentre “The Price Of Tyranny” segue le orme intraprese per l’intera durata del disco, senza infamia e senza lode. La conclusiva title-track rispecchia l’intro “Odium”, ed è un momento di calma assoluta dettata dalle chitarre acustiche di Last.

Un plauso a questi ragazzi che sprigionano energia e sincerità e all’autore della magnifica cover. Disco onesto e schietto come solo l’underground riesce a darci, suonato in stile e con gran gusto – esaltato dalla produzione ruvida ma coerente al contesto – che farà senz’altro contenti gli amanti di quel death metal fatto di sudore, sacrifici e marciume. 

 

Vittorio “Dark Side” Sabelli

 

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