Recensione: Innerwish

Di Stefano Usardi - 13 Luglio 2016 - 0:00
Innerwish
Band: InnerWish
Etichetta:
Genere: Power 
Anno: 2016
Nazione:
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74

Se dovessi trovare un solo aggettivo per descrivere l’ultimo album degli Innerwish, combo greco con  esperienza ventennale (il gruppo nasce nel 1995 ad Atene) e, oltre a questo, altri quattro album all’attivo, sicuramente sceglierei granitico. Fin dalle prime battute di questo auto-titolato “Innerwish”, infatti, si capisce che il sestetto ateniese (formato da Antonis al basso, George E. alla voce, Thimios e Manolis alle chitarre, Fragiskos alla batteria e George G. alle tastiere) abbia infuso in esso abbondanti dosi di cattiveria e di graffiante compattezza, guarnendo il tutto con ampie pennellate di melodia. Il risultato è un album decisamente succoso e molto chitarristico, capace di alternare sapientemente armonia e rabbia, su cui spicca la notevole voce del nuovo entrato George (al debutto discografico col gruppo insieme a Fragiskos), dall’approccio molto vicino a quello di un certo Russell Allen.

L’inizio è subito col botto: “Roll the Dice” parte con un riffone aggressivo e potente, mentre la voce di George passa da un cantato aggressivo ed intimidatorio ad un’impostazione più melodica durante il ritornello, nel quale trovano il loro piccolo spazio anche le tastiere, altrimenti relegate ad un semplice angolino. Eh sì, perché come già anticipato, questo Innerwish è mooolto chitarristico, per cui chi tra di voi in un album di power metal cerca solo orchestrazioni magniloquenti e tastiere in primo piano dovrà passare oltre: qui le tastiere ci sono, è vero, ma si sentono solo quando (o meglio se) strettamente necessario.
Broken” parte esattamente allo stesso modo dell’opener, con un riff aggressivo sostenuto da una batteria possente e quadrata mentre la voce di George fa il bello e il cattivo tempo per tutta la sua durata. Anche qui le tastiere si sentono poco, soverchiate dalle chitarre soprattutto durante la parte strumentale a metà del brano, ma donano quel pizzico di atmosfera che non guasta mai prima del ritorno del vocione di George e della solenne dissolvenza finale. “Modern Babylon” rallenta di poco i ritmi, consegnandoci un mid-tempo rombante e battagliero (“we stand united or fall” recita il coro durante il ritornello) che col suo incedere fiero e arrogante sembra scritto apposta per fare faville dal vivo, mentre “Machines of Fear” si lascia apprezzare per la sua andatura più scandita e sinuosa, sostenuta durante il ritornello da tastiere molto atmosferiche e cori solenni; su questo tessuto sonoro serpeggiante si innesta un assolo altrettanto flessuoso ed ipnotico, prima del ritorno in scena delle tastiere che preludono il finale. Niente male.
Needles in my Mind” scompagina un po’ i giochi, attaccando con la semplice melodia di una chitarra acustica e un approccio vocale più morbido. Tempo un minuto e tutto si stravolge di nuovo con l’ingresso in scena degli strumenti elettrici, che trasformano la traccia in una power-ballata molto melodica ma non stucchevole. “My World on Fire” torna a tempi leggermente più frizzanti e concede addirittura più spazio del solito alle tastiere, per un classico brano melodico e non troppo impegnativo: una di quelle canzoni da canticchiare in macchina sotto il sole, per intenderci. È però con la traccia successiva che gli Innerwish alzano il tiro: “Rain of a Thousand Years”, introdotta da orchestrazioni solenni, si trasforma quasi subito in un brano graffiante e molto ritmato, sorretto da cori possenti e riff heavy. Anche qui, durante il ritornello e soprattutto nell’ottima incursione strumentale, tornano a ritagliarsi il loro spazio i cori suadenti già sentiti all’inizio, capaci di donare al brano un sapore quasi rituale, salvo poi tornare in secondo piano per il finale. Dopo un brano così strutturato, l’attacco di “Serenity” sembra proclamare a gran voce il ritorno dei riffoni rocciosi: in realtà la traccia, pur nella sua semplicità, è tutt’altro che banale, con batteria e chitarre sempre in primo piano; pur mantenendo in generale un andamento più maestoso e narrativo, “Serenity” si incattivisce nella parte strumentale, concedendo terreno libero alla coppia di chitarristi e all’ottimo Fragiskos, che per tutto l’album non si risparmia neanche un po’. È il momento della possente “Sins of the Past”, anch’essa introdotta da un bel riff ignorante: per certi versi il brano riprende il mood di “My World on Fire” ma lo incattivisce e lo energizza a dismisura, per ottenere la classica cavalcata tutta power-chord da cantare in coro che non può mai mancare in un album power che si rispetti. Check.
Through My Eyes” rallenta i ritmi, concedendo a George il destro per un approccio vocale più sentito ed emozionale per la seconda quasi-ballata di questo “Innerwish”: il risultato è un brano che si lascia ascoltare senza problemi, molto melodico ma, anche qui, senza scadere nel patetismo fine a sé stesso. La successiva “Zero Ground” prosegue grossomodo nella stessa direzione, puntando però su linee melodiche più cariche di pathos: la traccia si mantiene su ritmi sostenuti lungo tutta la sua durata, ma personalmente preferisco “Through my Eyes” per il suo approccio un po’ meno melenso. Un lento arpeggio introduce “Cross the Line”, classica ballata acustica da accendini ondeggianti in cui, più che altrove, si avverte la vicinanza tra l’approccio di George e quello di Allen. Nonostante la mia avversione alle ballatone strappalacrime devo dire che la traccia è buona, e pur proponendo sempre la stessa solfa per quasi cinque minuti scorre molto bene senza stancare.
Chiude questo quinto album dei nostri valenti opliti “Tame the Seven Seas”, traccia maestosa e articolata in cui gli Innerwish infondono tutte le caratteristiche che già abbiamo sentito durante tutto l’album: chitarre rocciose, sezione ritmica quadrata e precisa, cori magniloquenti a sostenere la voce di George e tastiere a legare il tutto.
Che dire, che non sia già stato detto qui sopra? Sicuramente che i nostri sei baldi ateniesi hanno confezionato un album interessante, aggressivo e melodico che, pur non distanziandosi troppo dai classici diktat del genere, ha quel quid in più che lo distingue dalla massa di soliti dischi power. Ma questo l’avevate già capito, vero?
Bentornati, Innerwish.

 

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