Recensione: Insolubilis

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Quinto album da studio per i bavaresi Minotaurus, che a tre anni dal precedente “The Call” rilasciano questo “Insolubilis”, introdotto da una copertina che sembra tratta da un vecchio manuale di Dungeons & Dragons e che, per questo motivo, ho naturalmente amato fin da subito. Per chi non li conoscesse, i Minotaurus si dedicano a un genere da loro stessi definito Ancient Epic Metal, nome altisonante per definire un mix tra power e folk in cui gli strumenti tipici della musica celtica (tra cui arpe, flauti e curtal, antenato del fagotto) si sposano con quelli elettrici in un profluvio di mid tempos e power chord a pioggia. In realtà la componente prettamente folk in questo lavoro è piuttosto secondaria, limitandosi a qualche breve incursione qua e là per dare un tiro adeguato alle melodie del cospicuo ensemble.

Il compito di aprire le danze è affidato a “Preacher Show me the Way”, pezzo tracotante in cui fin da subito si mettono in luce molti tra i tratti distintivi del lavoro di questi sette bei tedesconi: chitarre grosse ma dal leggero sapore bucolico, ritmi quadrati e ritornello tutto cori come impone la tradizione alemanna, con le voci di Clarissa e Oliver che si intrecciano e si alternano in modo molto piacevole. Inizio discreto ma ben indirizzato, senza necessità di strafare. Il rumore delle onde e la suadente voce di Clarissa introducono la successiva “Davy Jones’ Locker”, traccia atmosferica dall’incedere lento e smorzato durante la quale il vocione sgraziato ma avvolgente di Oliver si fa narrativo, supportato da ritmiche quadrate e cori dal profumo piratesco, mentre l’intro pomposa di “Only a Dream” ci rispedisce direttamente al power bucolico dell’opener, col suono del flauto che si insinua (a volte in maniera abbastanza fastidiosa) tra i riff di chitarra e le rapide pennellate di scuola maideniana del basso. Il pezzo si mantiene anche qui su tempi scanditi, con Oliver che passa da un cantato più maligno ad uno più solenne, a sua volta addolcito dall’entrata in scena di Clarissa.
Il gracchiare dei corvi ci avvisa che è giunto il momento di “Cemetery”, altro brano che parte in modo molto atmosferico con l’accoppiata voce di Oliver/chitarra acustica padrona della scena; l’arrivo di Clarissa e il conseguente intreccio delle voci corrisponde ad un’alzata di tono del brano, che nonostante resti un mid-tempo si fa più brioso durante il ritornello. “Poison Rose” irrobustisce ancor più la proposta dei Minotaurus, puntando tutto su un ritornello trionfalissimo e un andamento più cattivo e arcigno durante la strofa, ma è con la successiva “Shelter of the Witch” che i nostri calano l’asso: il brano, il più folk-oriented dell’intero album (traccia nascosta esclusa), inizia con una semplice melodia di flauto che in breve lascia il posto ad un Oliver il quale, per l’occasione, sembra indossare i panni di uno sciamano pellerossa. Questo profumo di far west si fa ancor più insistente durante il ritornello grazie alla coppia di voci che, ottimamente supportate dal resto del gruppo, crea melodie ipnotiche e suggestive. Molto bello anche l’assolo carico di feeling ed epicità che apre il finale del brano. “Bonfire Brothers” sembra proseguire con l’incedere ritmato e folkeggiante della traccia appena conclusa, puntando su melodie popolari e ritmi bucolici per poi accelerare improvvisamente a metà brano, prima di tornare di corsa alle velocità più compassate che ci hanno accompagnato finora e che vengono mantenute fino al termine della canzone, discreta ma niente di più. Con “Legend”, invece, si torna a respirare quel profumo di power bucolico con cui i Minotaurus sembrano dare il meglio di sé, condendo il tutto con una spruzzatina di epicità ed un paio di brevi accelerazioni che permettono al brano di guadagnare in brio e fruibilità.
The Haunted Palace” inizia compassata, con la melodia di un’arpa ad accompagnare la voce di Oliver; in breve il resto degli strumenti si accoda al proprio cantante per dar vita all’immancabile ballata dalle melodie ora suadenti ora solenni che si ispessiscono durante l’ascolto. Il brano alterna momenti più sognanti ad altri più ritmati dal profumo maggiormente folk, e nonostante non sia un capolavoro svolge il suo compito con discrezione e una certa dose di sentita emozionalità prima della traccia conclusiva. La title-track, introdotta dall’immancabile flauto, parte col giusto piglio fatto di power chord, ritmo altalenante tra il passo e il trotto (che tanto, l’abbiamo capito, più veloci di così i nostri tedeschi non vanno) e una buona dose di trionfalismo nell’approccio e nelle melodie. Con il prosieguo del brano la carica si stempera grazie ai cori e alle melodie bucoliche che già abbiamo imparato ad amare, salvo concludersi in modo un po’ troppo brusco. La traccia nascosta, “Der Fischer”, cantata completamente in tedesco, entra in scena dopo un minuto e mezzo: il brano presenta un classico motivo folk molto orecchiabile e chiude degnamente un album onesto che, sebbene non sia proprio eccezionale, si lascia ascoltare senza stancare e ci consegna anche alcuni pezzi molto godibili e piacevolissimi, soprattutto se in un album vi interessa di più l'atmosfera creata rispetto a velocità e potenza sprigionata. Promossi con riserva in attesa del prossimo tassello.
 

 
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