Recensione: Inverted Realm

Di Daniele D'Adamo - 3 Maggio 2019 - 0:00
Inverted Realm
Band: Appalling
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2019
Nazione:
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Appalling, altra realtà proveniente degli States che propone un death metal attraversato da venature che richiamano quello degli esordi. Quello che, ora, viene chiamato old school death metal. Un fenomeno che abbraccia un innumerevole insieme di formazioni che, seppur giovani sia come data di nascita, sia come musicisti, sembra che non riescano a vivere la realtà odierna, costruita su modernismo, progressismo e tendenza all’evoluzionismo; azioni presenti anche nel campo del metallo della morte.

Gli Appalling, come tanti altri, rifiutano questo approccio al metal estremo e ricorrono all’esumazione di sonorità arcaiche, generatesi lontane nel tempo, quando il death si stava raggrumando nel rovente brodo primordiale che comprendeva black e thrash metal; quando, cioè, i Possessed davano alla luce il leggendario demo intitolato “Death Metal”, appunto, nell’ormai lontanissimo 1984.

Con una premessa di questo genere è d’uopo aspettarsi di fronte a qualcosa che non abbia molto d’innovativo, di fresco, di attuale. E, difatti, così è. “Inverted Realm” è il secondo full-length del combo di Richmond, venuto alla luce dall’oltretomba soltanto quattro anni fa. Un disco che, così com’è stato concepito, si aggrappa a dei cliché vintage o, forse, peggio, vetusti.

A onore del vero il quintetto della Virginia a mettere giù uno stile personale ci prova, peraltro riuscendoci almeno parzialmente. Fondamentalmente grazie al vocalist BM che, con il suo stentoreo tono, possente, quasi parlato, funge da elemento caratteristico in grado di legare tutto il resto della band. Il resto, difatti, si allinea a un sound ben conosciuto e, a parere di chi scrive, ormai abbondantemente abusato.

Tuttavia, gli Appalling almeno tentano, rischiano, a mettere in “Inverted Realm” della farina del proprio sacco. In primis, lasciando libera la sezione ritmica di scatenare furibonde ondate di blast-beats, simbolo, comunque, di un certo avvicinamento alle caratteristiche meno arcaiche del death metal. Poi, le song. Mediamente un po’ più complesse rispetto a quelle della vecchia scuola, significative di un ulteriore tentativo di personalizzare il proprio sound, nonché di una minimale abilità compositiva. Nulla di eccezionale ma almeno sufficiente a dar vita a canzoni che si differenziano le une dalle altre in maniera a volte anche decisa.

Brani che, però, presi a uno a uno, hanno poco da regalare, se osservati o meglio ascoltati a tutto tondo. Le chitarre macinano riff quadrati non esimendosi di aumentare la rapidità di esecuzione in occasione delle frequenti accelerazioni del drumming di B. Con che qualcosa che si muove, all’interno del platter, c’è. Anche se totalmente inabile a rendere l’LP memorabile. LP che, fra l’altro, è sì breve (ventisette minuti circa) da rendere arduo comprendere perché non sia stato rubricato come EP.

Comunque sia, la monotonia insita nel genere scelto dai Nostri piomba sulla collottola del povero fan di turno come un avvoltoio. Dopo qualche passaggio, andando a fondo nell’esame critico delle tracce, si rimane con poca roba, in mano. Si può segnalare la closing-track ‘Templar’, se non altro per un approccio leggermente più thrashy e, quindi, con un pizzico di melodia a muovere un po’ più le acque.

Niente da fare: se non si possiede un eccellente talento compositivo  in grado di far volare in alto i brani, l’old school death metal fa sempre una brutta fine.

Come quella degli Appalling e del loro “Inverted Realm”, in questo specifico caso.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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