Recensione: Invictus

Di Daniele D'Adamo - 24 Maggio 2010 - 0:00
Invictus
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Anno: 2010
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82

Se «il buongiorno si vede dal mattino», allora ci siamo. Sì, perché l’incipit di “Invictus”, anonimamente chiamato “Intro” rivela, in poco più di un minuto, un mood malinconico e tetro, avvolto da un leggero velo d’angoscia. È solo un attimo, ma si tratta di un momento decisivo, giacché teletrasporta chi ascolta nell’Universo dominato dagli Heaven Shall Burn.

Il gruppo tedesco affronta l’ultima fatica in studio con piglio feroce e deciso, per nulla edulcorato dalle fatiche di una carriera iniziata nell’ormai lontano 1998 e costellata da numerose uscite discografiche, fra le quali questo sesto album di lunga durata, da oggi disponibile per l’acquisto. Non credo sia il caso di dissertare sul genere proposto dai ragazzi della Thuringia: «*-core» o meno, l’album possiede una potenza terrificante, una forza d’urto inarrestabile che non mancherà di far tremare qualsiasi oggetto si troverà nel raggio di azione degli speakers del vostro impianto HI-FI. Credo che uno dei problemi principali che abbiano dovuto affrontare i tecnici del suono degli Studios danesi Tue Madsen’s Antfar, sia stato quello di trovare un modo per incanalare in una forma facilmente udibile la mostruosa carica elettrica sprigionata dalla strumentazione di Maik Weichert e compagni. Impresa riuscita in pieno (tanto per fare un esempio, solo gli As I Lay Dying, ultimamente, sono riusciti a trasporre su un disco così tanta energia con risultati egregi), poiché il poderoso sound del CD è intellegibile senza alcuna difficoltà; con conseguente possibilità di gustare appieno il lavoro espresso da ciascun membro della formazione. Il guitarwork di Weichert e di Dietz è completo: quando occorre la forza bruta, bombardano il rigo musicale di riff sparati con grossi calibri; non di meno, sanno anche rifinire le partiture con pregevoli passaggi solistici. La sezione propulsiva è un treno lanciato in piena velocità, con conseguente elevatissima quantità di moto e forza d’urto relativa; capace comunque di variare i tempi e i modi dei ritmi. Su tutto si erge il folle, isterico, schizofrenico screaming di Bischoff: la classica «ciliegina sulla torta». Nonostante tutto questo possa generare caos e confusione, preso atto del potenziale bellico in gioco, le canzoni alla fine sono ben definite, ciascuna con una propria identità, seppur tenute strettamente assieme dalla gigantesca calamita che aleggia immobile sopra il combo tedesco. Questa sintomatologia, a parere di chi vi scrive, non può che provenire da una classe fuori dal comune che permea i vari attributi necessari per metter giù un full-length nel miglior modo possibile: songwriting, preparazione tecnica, esperienza, mente lucida e aperta a nuove soluzioni, precisa idea di quale sia l’obiettivo da centrare. In sintesi, la premonizione di come sarà il prodotto finale.

Contemporaneamente, fra capo e collo, piombano le mazzate chiamate “The Omen” oppure “Combat” (pura devastazione grazie, anche, alle formidabili bordate «hyper-deep» prodotte dal basso e alle sfuriate della batteria con gli insistiti blast beats), ove il gruppo trova il modo di incorporare quel tipo di sonorità bass ‘n drums già sentite con gli Your Demise. Nessuna pietà: “I Was I Am I Shall Be” segue per eliminare (metaforicamente) quanto è già stato raso al suolo dalle song precedenti. Rallentamenti assassini e accelerazioni da brivido s’intersecano continuamente, sino ad arrivare a un refrain melodico e accattivante (sic!). Per non dimenticare quanto scritto all’inizio, in “Buried In Forgotten Grounds” fa di nuovo capolino il pianoforte, su cui s’innesta il tono drammatico costruito all’unisono dalle sei corde, per rallentare – pochi secondi … – il ritmo e quindi riproporre l’umore riottoso del disco. La scrittura delle canzoni non perde mai la via maestra, non complicandosi con ciò la vita nella ricerca di arzigogoli musicali che potrebbero appesantire il tutto, quando questo tutto è semplice e lineare. Segnalo ancora l’apertura dance della mostruosa “The Lie You Bleed For”; l’appassionante riff portante di “Return To Sanity” e la relativa melodia, piacevole senza alcun orpello fatto di zucchero caramellato; la lenta e meditata “Given In Death”, aggraziata da una voce femminile a far da contrasto al ruvidissimo stile di Bischoff. E, così come si è aperto, il platter si chiude con il violoncello di “Outro”, la cui profondità armonica è inversamente proporzionale alla banalità del titolo.

Non abbiate dubbi e provvediate a far subito vostro “Invictus”, devastante dimostrazione di come dovrebbe essere, a parer mio, la materializzazione del più moderno death d’inizio terzo millennio. Opera riuscita in tutte le parti, nessuna esclusa. Per arrivare al capolavoro ci vorrebbe una maggior esplosività melodica delle canzoni, tale da fissarle definitivamente all’interno della scatola cranica di ciascuno di noi, e qualche tentativo in più di innovare le parti accessorie di un sound perfettamente definito in ogni suo particolare. In epoca di vacche magre, comunque sia, è tutto «grasso che cola».
E questo, credo che basti e avanzi, per ora.
 

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Track-list:
1. Intro 1:09
2. The Omen 3:37
3. Combat 3:48
4. I Was I Am I Shall Be 3:56
5. Buried In Forgotten Grounds 5:33
6. Sevastopoll 4:03
7. The Lie You Bleed For 4:41
8. Return To Sanity 3:20
9. Against Bridge Burners 3:29
10. Of Forsaken Poets 4:32
11. Given In Death 5:11
12. Outro 1:46

Line-up:
Marcus Bischoff – Vocals
Maik Weichert – Guitar
Alexander Dietz – Guitar
Eric Bischoff – Bass
Matthias Voigt – Drums

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