Recensione: Ion

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Il quinto capitolo firmato Portal è stato scritto. Scritto e concepito in una dimensione  astratta sconosciuta, nella quale la concezione di musica differisce dai comuni schemi convenzionali. La band di Brisbane ritorna sulle scene come farebbe uno spettro sul luogo della propria morte. Un’entità legata al mondo terreno prova a descrivere il caos arcaico di un viaggio temporale nel quale avviene il passaggio di stato tra vita e morte.

In poco più di mezz’ora le visioni malsane e gli incubi più atroci vengono spinti ed incanalati in una vertigine metallica, la madre di terribili scariche elettriche che mutano il terrore in suono. La copertina del nuovo “Ion”, disegnata dall’artista polacco Zbigniew M. Bielak (Ghost, Watain, Vader ecc..), tenta di dare un’immagine visiva ad un lavoro tanto affascinante quanto complicato ai primi ascolti. I Portal rilasciano un groviglio epilettico di riverberi e ritmi indiavolati suddiviso in nove ipnotici abissi. Una sensazione paragonabile alla leggenda del Minotauro ma con una variante considerevole: in un labirinto di tormento, le lucenti matasse sonore conducono direttamente al cospetto del mostro, desideroso di sbranare il malcapitato.

‘Nth’ è l’intro atmosferico che apre i portali del disco, una sorta di nebulosa spaziale che si carica di energia negativa ed esplode nel fragore della seguente ‘ESP Ion Age’: brano rappresentato da un implacabile delirio sonoro governato dal tetro tono di The Curator che tormenterà la vostra anima per tutta la durata dell’album.

La logica di composizione di ogni traccia resta un elemento schermato che emana una nebbia enigmatica dentro la quale si viene a contatto con i folli arrangiamenti di chitarra di Horror Illogium che si stringeranno gradualmente al collo dell’ascoltatore lasciando che il sangue si dipinga sul defunto respiro. Il continuo ed ossessivo blast beat di Ignis Fatuus crivella le membra provocando profondi fori in cui si insinua come un verme cieco l’incontaminata pazzia. Lo stato di angoscia imbastito dai Portal si propaga come un raggio di luce nell’universo, mentre l’atrocità sonora è il denso riflesso del buio che circonda la solitudine di un essere umano.

Il tempo è l’elemento che caratterizza la vita umana ma non quella della band australiana che sembra precipitare in un limbo trascendentale dal quale partorisce sperimentazioni assordanti apprezzabili, intrise di dissonanze alienanti. Un limbo che certamente possiede una finestra sull’inferno a cui i Nostri restano costantemente affacciati per poter descrivere quel manicomio infuocato. ‘Phreqs’ è la prova dell’esistenza del terrificante varco tradotto in una cantilena di dannazione rimbombante. É palpabile l’alternanza di sezioni violentissime a parti più cadenzate e ripetitive (‘Spores’, ‘Olde Guarde’) costruite con l’intento di torturare allo stremo le vittime ingoiate dal buco nero dei Portal.

“Ion” è dunque un magnete posto fra due dimensioni temporali, molto diverse fra loro, in grado di creare una sorta di alterazione abulica, un’immagine distorta riversata nel rumore più orrendo ed indecifrabile.

La chiave è la paura, l’uscita è la follia.

 
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