Recensione: Ipse Venena Bibas

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Un Cd che si presenta con un libretto di sole quattro pagine nelle quali vengono riportati i titoli delle otto tracce contenute, qualche scarna nota tecnica, la line-up della band e tre foto in bianco e nero formato francobollo, nel 2017, è già da solo uno schiaffo alla perversa logica del mordi e fuggi da social network e al frastuono della comunicazione violenta e sguaiata. La quarta facciata, poi, per chiudere in bellezza, riporta il testo di un rituale esorcista in lingua latina.

Gli autori di uno degli ultimi parti in casa Black Widow Records si chiamano Legionem, tre musicisti dai nomi inequivocabili: Magister Notte VIII (voce, basso e tastiere), Monk from the Terror Cathedral (chitarra e tastiere) e La Rosa di Satana (batteria, voce e backing vocal). Minime le probabilità, quindi, di aspettarsi un album di serenate amorose dal trittico proveniente dal senese.

Poche le notizie riguardanti il combo toscano: al di là dei cognomi (Castellani, Rocchi, Burgassi) che firmano le otto canzoni componenti Ipse Venena Bibas, il resto della loro storia pare avvolto dall’oblio. Poco male: ai tempi si era usi recensire i dischi senza particolari informazioni, in molti casi manco si conosceva la nazione di provenienza di una determinata band eppure le riviste musicali uscivano e vendevano. Il vedo/non vedo molte volte riesce a esser più ficcante del tutto e subito così in voga negli ultimi lustri.

Nel caso dei Legionem è la musica e solo quella a parlare e dopo numerose passate si può asserire senza remora alcuna che Ipse Venena Bibas è lavoro intrigante, senza dubbio. La clessidra, nel caso dei tre senesi, pare essersi fermata agli anni Settanta, con una tracimazione nel decennio successivo.

Marco 5,1-20” apre le danze (funebri) puntando sulla recitazione dai tratti agghiaccianti consolidando il credo dello scriba nei confronti della musica d’impatto, nera e profonda: il sapore del Doom fatto da degli italiani per altri italiani non ha prezzo, in termini di brividi regalati. Il Nostro Paese, con tutti i suoi difetti e i limiti attuali possiede una storia ultracentenaria, anche catacombale, che il mondo ci invidia. Il segreto è tutto lì. Se si riescono a trasformare le emozioni del vissuto in musica il gioco è fatto, il resto del background è (quasi) gratis. Death SS, Paul Chain Violet Theatre, Paul Chain, The Black insegnano, in questo ed infatti i Legionem si rifanno a quel sound maledetto figlio di chitarrone d’oltretomba e tastiere spettrali in più di un’occasione: “The Bishop”, “Albertus Albertus”, “Rituals in the Catacomb” e “Black Chain of Death”. Le concessioni all’HM, sempre dalle tinte scure, sulla scia di Witchfinder General e Black Sabbath si materializzano in episodi classicamente robusti quali Proculo’s Vial, A Pentacle e Furcas and the Philosophem.

Trentaquattro minuti di musica intensa, affascinante, accompagnata da una produzione sicuramente perfettibile. Dimenticatevi la “botta” tipica delle iper-lavorazioni da studio che escono in serie da qualche anno a questa parte, qui di “vuoti” ce ne sono a iosa, il riempire tanto per riempire il suono non alloggia fra i solchi misteriosi di Ipse Venena Bibas.

Lavoro intrigante, disponibile in sole trecento copie.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 
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