Recensione: Isolate

Di Riccardo Angelini - 12 Dicembre 2007 - 0:00
Isolate
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Anno: 2007
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80

Il loro esordio non era passato inosservato. Quando due anni fa sugli scaffali dei negozi comparve il primo disco dei Circus Maximus, gli appassionati di progressive non faticarono a riconoscere nel combo scandinavo qualcosa in più di una giovane promessa. Molti li osannarono, conquistati dall’ottimo tiro dei loro brani e dalle evoluzioni pirotecniche dell’apparato strumentale. Qualcuno li criticò, puntando il dito accusatore contro un songwriting a tratti eccessivamente derivativo e nel complesso poco personale. Quasi tutti concordarono nel ritenere che di questi ragazzi si sarebbe sentito parlare ancora, nel bene o nel male.

 

Già da qualche mese il nuovo album dei Circus Maximus ha fatto il suo ingresso sugli scaffali dei negozi. La curiosità è tanta, le promesse da mantenere impegnative. Saranno riusciti i cinque norvegesi a sciogliersi dai legami compositivi che li subordinavano ai titani del settore? Oppure il peso eccessivo dei loro debiti musicali si è rivelato troppo grave per le loro giovani spalle, seppellendoli sotto l’ingombrante fardello del “già sentito”?

 

La risposta è nei nove brani di “Isolate”. Se in “The 1st Chapter” la band si contentava di battere un terreno noto e ben consolidato, il sentiero intrapreso dal nuovo album inizia poco alla volta a distaccarsi dalle trafficate contrade della tradizione. Non si tratta certo di un allontanamento netto e drastico, quanto piuttosto di un lento e progressivo cammino verso la piena emancipazione musicale, tracciato sulla base di oculate rielaborazioni in un’ottica se non nuova quantomeno personale di vecchie idee ormai desuete. I brani iniziali in particolare propongono uno scaltro riaccostamento di progressive e power metal – terreno che dopo aver offerto i suoi frutti migliori nella seconda metà degli anni novanta sembrava ormai completamento consumato e inaridito dalla calata di voraci locuste affamate di prog/power occorsa all’alba del nuovo millennio. La strategia appare vincente fin dalle primissime battute, e già l’accoppiata d’avanguardia “A Darkened Mind”/”Abyss” non fa prigionieri, sbaragliando le difese con una rapida combinazione di assoli al fulmicotone e affondando il colpo di grazia al momento del ritornello. L’intuito melodico si conferma tra i maggiori punti di forza della band, abile nell’ordinare il virtuosismo in una struttura sempre efficace e penetrante. E se di vera e proprio originalità non si può parlare, quantomeno va apprezzato il tentativo di abbandonare il patrocinio dei grandi nomi. Certo, il distacco è tutt’altro che completo: in particolare i Queensryche d’annata restano i principali referenti del combo di Oslo, imponendosi di lì a poco sulle linee vocali della peraltro piacevole “Wither”, la cui strofa parrebbe fraudolentemente scippata dalle sessioni di “The Warnings” o “Rage For Order”. Il fantasma di Tate aleggia sovente dietro al microfono del dotato Michael Eriksenn – posto che ogni realistico confronto relativo al valore dei due resta semplicemente improponibile – al punto di far temere una perigliosa ricaduta nel citazionismo che, seppur perdonabile in un esordio, diventerebbe piuttosto difficile da tollerarsi in un lavoro con maggiori pretese di maturità. Fortunatamente non è questo il caso. L’astuto inserimento della strumentale “Sane To More” accantona il discorso Ryche e si preoccupa di raccogliere consensi grazie a una serie di scambi chitarra/tastiere da primi della classe – convenzionali quanto vorrete, ma dannatamente accattivanti.

 

Vecchie idee rielaborate in un’ottica più o meno personale, si era detto: è questo ciò che fa anche “Arrival of Love”, la cui verve ottantiana si presenta in tutta la sua sfacciata esubranza fin dal titolo, regalando un rock/metal vivace e scoppiettante, che a lungo riporta alla mente i fasti di “When Dream and Day Unite”. Strumentisti eclettici e abili compositori, i Circus Maximus dimostrano in questo frangente di possedere anche la malizia dei veterani. La sorniona ballad “Zero” smorza infatti i toni con ottimo tempismo: Mats Haugen le riserva uno dei suoi assoli migliori – in barba a un incipit ovattato e apparentemente inoffensivo – così da far strada a un esodo corale pomposo e ruffiano, che pure colpisce implacabilmente nel segno. E se l’album si era aperto esplodendo subito i suoi colpi più diretti ed efficaci, la chiusura propone i pezzi più elaborati e ambiziosi, quelli più progressive in senso stretto. “Mouth of Madness” non è una nuova “For the Glory of the Empire”, vale a dire non è una nuova “The Accolade”, pur conservandone l’intento epico: il songwriting si fa più profondo ed elaborato, mentre l’immediatezza è in buona parte sacrificata a tutto vantaggio della longevità. Una scelta vincente, premiata da un riffing solido e serrato che si alterna a sezioni maggiormente dilatate, esaltandosi con l’arrivo dei cori al momento del refrain.

La band sembra aver voglia di iniziare a camminare con le proprie gambe, e i segnali si intensificano con “From Childhood’s Hour”, del resto foriera di sensazioni contraddittorie. Se pure infatti il brano si rivela tra i più personali della tracklist, con un vago accenno di sperimentazione in bilico tra psichedelia e neoprogressive e persino qualche divagazione acustica a far da sfondo per le molodie vocali, il tiro si abbassa notevolmente rispetto ai pezzi precedenti. Il songwriting perde di concretezza, le digressioni strumentali disperdono l’attenzione e il refrain non riesce a far breccia nella memoria a lungo termine – fisiologico il calo di attenzione. “Ultimate Sacrifice” si impone di tornare in carreggiata e riaccoglie nel suo grembo le influenze dei maestri: tornano i Queensryche – evidentissimi nel break con voce filtrata intorno al terzo minuto – e tornano anche i Symphony X, complessivamente meno presenti rispetto all’esordio ma tutt’altro che dimenticati. Un paio di assoli di mestiere completano il quadro, a maggior gloria della tradizione progressive.

 

Lo spettacolo è terminato: applausi – non potete negarglieli; hanno fatto il loro lavoro, e l’hanno fatto maledettamente bene. Se volete però, mentre il circo si appresta a levare le tende, potete avvicinarvi al direttore e muovergli con discrezione qualche piccola critica. I ragazzi hanno talento, su questo non c’è dubbio, hanno tecnica e capacità, sanno il fatto loro, si divertono e fanno divertire. Rispetto alla massa, è inevitabile che svettino – eppure rispetto ai grandi sono ancora qualche gradino sotto. “Isolate” non è un capolavoro, come non lo era “The 1st Chapter”: è un ottimo disco, di quelli che si fanno ascoltare a lungo – lo spettacolo vale tutto il prezzo del biglietto e per la maggior parte delle band andrebbe già bene così. Per i Circus Maximus però è diverso: ci sono i mezzi per fare di più, le possibilità di andare oltre – non si pretende una rivoluzione, solo si vorrebbe poter attribuire alla band quella personalità, quel carisma che, senza scomodare i soliti pezzi da novanta, va riconosciuto per esempio a gruppi come Threshold o Shadow Gallery. Questa personalità si sta costruendo, lo si percepisce chiaramente, così come si percepisce chiaramente che a tratti la tentazione di tornare sui propri passi, di rientrare nei confini sicuri e affidabili tracciati a suo tempo dai veterani riemerge con una forza quasi irresistibile. Da questo punto di vista, “Isolate” è un cauto passo avanti, non un ardito salto di qualità.

 

I Circus Maximus si sono confermati oggi una realtà degna di rispetto e attenzione: se riusciranno un domani a porsi da pari a pari accanto ai giganti del settore dipende solo da loro. Il tempo gioca dalla loro parte, staremo a vedere.

 

Riccardo Angelini

 

Tracklist:

1. A Darkened Mind
2. Abyss
3. Wither
4. Sane No More
5. Arrival of Love
6. Zero
7. Mouth of Madness
8. From Childhood’s Hour
9. Ultimate Sacrifice

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