Recensione: It’s Time

Di Roberto Gelmi - 19 Gennaio 2015 - 12:00
It’s Time
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2014
Nazione:
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70

Tempo di un nuovo disco solista per Giorgio Rovati, chitarrista padovano dei Centrica, one-act band fautrice di un pregevole disco prog. metal strumentale nel 2008.
Il guitar hero mancino, che si affida ad amplificatori Mesa Boogie come il più noto collega John Petrucci, propone musica di buon livello, con chiari tributi allo stile di Steve Vai e del testé citato frontman dei Dream Theater, inclusa la giusta attenzione nell’uso della settima corda, ormai sinonimo di sound à la page. In line-up figurano, altresì, il guru del basso Alberto Rigoni (Twinspirits) e, alla batteria, Riccardo Merlini, allievo di Mike Mangini.
L’artwork “art nouveau” è significativo nella sua semplicità, che rilegge lo stereotitpo dell’orologio, invitando e riscoprire le sorgenti del tempo vivo, lontano dalla monotonia della ripetizione sterile. Il minutaggio del platter, invece, è modesto (ma non fuori luogo per un album strumentale) e include in calce una cover dei Nickelback. It’s Time consta di otto tracce, tre delle quali (“12:00”, “Peaceful Place”, “When We Stand Togheter”) dalla durata essenziale. Complessivamente risalta la pulizia di pennata messa in campo da Rovati, che è personalità eclettica: il suo sound si può collocare, infatti, a metà tra hard rock e metal.

Ma veniamo alla scaletta. L’opener “Trust Yourself” è forte di un’indubbia carica energizzante e il comparto strumentale è affiatato: Mauro Catellani al basso accompagna degnamente Rovati e Merlini. Un pezzo che ricorda l’alieno, ma con ritmiche più sostenute, specialmente al quinto minuto.
Hopes and Fears” è tra i brani più pesanti in scaletta, con una sezione ritmica roboante (Rigoni detta linee di basso più che sature). Rovati insiste sulla falsa riga pseudo-araboide di certo Steve Vai, con abbellimenti dei più vari. Nella parte centrale l’inventiva diventa totale, tra wah-wah, fischi e delay caldi e abrasivi. La tecnica c’è, a tratti forse troppo fine a se stessa, ma è immancabile in un contesto obbligato, come il disco di un chitarrista provetto.
Dopo miriadi di note suonate a velocità proibitive, “The Garden of Love” inizia refrigerante, in un’atmosfera distensiva; poi cresce riproponendo il rigoglio virtuosistico, ma tutto ha il sapore di una ballad intrisa di nostalgia (ottimi in tal senso gl’inserti semiacustici). Alla tastiera, il compagno di band Andrea Pavanello rivaleggia con Rovati, che si diverte con note tenute di stampo petrucciano.
Esattamente a metà del full-length scocca l’ora di “12:00”, un altro pezzo metal che ha la sua da dire (il titolo è un rimando all’opener di Awake dei DT?). La settima corda è protagonista, tra cadenze repentine, palm mute e incedere roccioso. Non siamo su lidi djent, ma poco ci manca. Bello l’insistito sul finire del terzo minuto, ma in sé il brano deficita di un vero highlight o climax, oltre a presentare l’ennesima coda troppo brusca.
Con altro titolo parlante, “Peaceful Place” regala feeling nei primi secondi, anche per le tinte fusion del basso di Rigoni. Tre minuti e mezzo di musica scandita dalla chitarra semiacustica di Rovati, che qui dimostra anche un’indubbia maturità compositiva. Continuando a rispettare la regola di una sana alternanza sonora, è la volta di “Bulldozer”, pezzo ruvido che non stonerebbe in un disco solista di Derek Sherinian. Doppia cassa moderata, main theme scazonte e ancora un grande Rigoni. Troppa carne al fuoco, però, a scapito della coesione del pezzo, che non staglia in scaletta.
Traccia numero sette, “Seven”, con Marco Zago alla tastiera e Rovati torna a vestire i panni di novello Steve Vai. La composizione è tra i brani migliori del lotto, manca solo un po’ di personalità; se le svisate abbondano al limite del pleonasmo, le false cadenze finali sono, invece, benaccette.
L’ultimo brano è, come anticipato, la cover strumentale di “When We Stand Togheter“, hit dei Nickelback (dall’album Here and Now del 2011) con qualche concessione cacofonica in più.

Che dire in conclusione? It’s Time è un album più che discreto, ben suonato, con brani nati ciascuno da una diversa idea ritmico-melodica di fondo, cui s’innestano gli assoli chilometrici di Rovati. Scarseggiano, tuttavia, lampi di vero genio e la longevità del platter ne risente alla lunga. Un acquisto non fondamentale, in definitiva, ma appetibile per musicisti e fan del prog. strumentale.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

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