Recensione: John Garcia And The Band Of Gold

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Quando ad inizio anni Novanta si affacciarono i Kyuss con il ciclopico Blues For The Red Sun, pochi erano pronti a scommettere che la loro eredità musicale arrivasse indenne fino ai giorni nostri, grazie sia all’abilita commerciale di Josh Homme, che alle corde vocali dello sciamano elettrico John Garcia. John dopo lo scioglimento della band madre a fine anni Novanta ha intrapreso un percorso solista del tutto particolare, cambiando nome in continuazione (Slo Burn, Hermano,Unida, Vista Chino ecc.), ma non la sostanza musicale, fatta di quei riff grassi e pieni di polvere del deserto che lo hanno reso immortale tra gli appassionati del genere. Appena inizia a cantare si capisce subito che è lui, una dote che appartiene solo ai grandi.

Garcia nonostante la sua fama di padrino dello Stoner continua a lavorare come veterinario nel mezzo del deserto di Palm Springs, ma ogni tanto riaccende la sua innata passione di scrivere canzoni ad alto voltaggio elettrico ed ecco che, dopo un paio di anni di riposo dall’acustico The Coyote Who Spoke In Tongues, pubblica John Garcia and The Band Of Gold. Un album che non sposta di un millimetro la bussola che segna senza esitazione il centro del deserto di Joshua Tree. Il disco si apre con la strumentale Space Vato e veniamo subito catapultati dalla macchina del tempo costruita da John nel 1994, quando i Kyuss si davano appuntamento di notte nel deserto portandosi generatori elettrici, birre e acidi lisergici. L’album è pieno di autocitazioni, ma alla fine chi compra gli album di Garcia è questo che vuole: essere travolti da un’onda anomala di riff ipnotici e carichi di groove.

Tra i brani più a fuoco e che non faranno prigionieri in sede live, sono sicuramente da citare Jim’s Whiskers dal sapore acido, ma sempre con melodie vincenti, fornite dall’ugola forgiata da marijuana e whiskey del buon John. Proseguendo nell’ascolto del disco come non menzionare la saltellante Don’t Even Think About it o la spedita e dal gusto agrodolce Cheyetiella. Pur non aggiungendo nulla alla ricetta che tutti conosciamo Garcia ci offre un prodotto di alta qualità, che seppur non essendo allo stesso livello dell’ottimo omonimo lavoro del 2014, si pone tra le migliori uscite del genere di quest’anno.

John Garcia è un’artista che rimarrà sempre nell’underground non facendosi stregare dalle sirene della commercialità e noi solo per questo lo ammiriamo e lo porteremo sempre nel cuore. Ben tornato Coyote!

 

 
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