Recensione: Jomsviking

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I: ORDINI SEMI-LEGGENDARI

Jomsviking è un ordine semi-leggendario di vichinghi, formato da mercenari e briganti, attivo nel decimo e undicesimo secolo nel nord Europa adoratori di divinità pagane quali Thor e Odino. Potevano combattere per tutti coloro che avevano abbastanza denaro in grado di usufruire dei loro servigi, paradossalmente prestarono servizio anche per signori dal credo cristiano, tanto era avido l’amore per i soldi, andando contro i loro stessi ideali. Il loro campo base si pensa fosse situato nei pressi di Jomsborg, ipotetica città nelle lande del mare baltico polacco al confine con la Germania, ma la posizione esatta è ancora da confermare; solamente tre rune di pietra che raccontano delle loro battaglie collegano l’odine dei vichinghi a questo luogo immaginario. Le regole ferree ed intransigenti volevano poche persone scelte all’interno dell’ordine, uomini tra i 18 e i 50 anni, che dovevano combattere tra loro fino alla morte per dimostrare il valore sul campo. Ogni Jomsviking era debitore al proprio compagno, si doveva morire per ognuno di essi e le regole a cui venivano sottoposti erano simili a quelle di un campo militare moderno, la pena era l’espulsione dall’ordine. Nessuna donna e/o bambino era ammesso al villaggio, ma ancora è da stabilire se questi avessero la facoltà di poter sposare donne di città all’esterno di Jomsborg. La loro storia finì nel 1043, quando Re Magnus I di Norvegia, prese controllo delle regioni della Danimarca e delle terre limitrofe, saccheggiando ed uccidendo molti degli abitanti del quartier generale.

II: SPOILER TRAMA

Il concept alla base di Jomsviking narra dell’amore tra il personaggio principale e una splendida ragazza, questi non potendo mostrare la loro relazione in pubblico, a causa del matrimonio della bella, erano costretti a lasciare vivere la storia d’amore di nascosto. Un giorno, scoperti da una guardia a conoscenza della situazione sentimentale di lei, l’uomo uccide l’unico testimone scappa dalla casa del padre, scappa dal suo amore e fugge verso sud per entrare nell’ordine degli Jomsviking. Solo, in mezzo al nulla non ha bene idea di dove andare, ma sa che viaggiando verso sud troverà i luoghi giusti; incontra un vecchio uomo che con la sua barca riesce a portarlo a destinazione, arrivato in loco non comprendere dentro di sé se quello che sta vivendo è vero o tutto frutto dell’immaginazione. Nella sua testa solamente attraverso l’accettazione del gruppo dei mercenari potrà avere la possibilità di rifarsi una vita, tornando a riprendersi il suo amore da guerriero, da uomo, senza mai più dover scappare. Solamente alla fine della storia, oramai ritornato in patria, comprende che l’uomo che l’aveva aiutato a trovare la strada era lo stesso Odino sotto forme umane, che gli suggeriva di seguire la testa creandosi una vita nuova, nonostante ciò lui preferisce andare alla ricerca dei sentimenti che non verranno ricambianti adeguatamente.

III: ANALISI & RIFLESSIONI

Solitamente quando si ha tra le mani un album degli Amon Amarth si tende a lasciarsi trasportare attraverso le tracce da un headbanging furioso, senza minimamente porre molta attenzione ai testi e alle tematiche trattate, tanto si è portati a credere che la zuppa è sempre quella. I cosiddetti “Motörhead del death metal” questa volta invece preferiscono fare il salto di qualità attraverso un ambizioso concept; con molta probabilità Jomsviking potrà essere considerato da qui agli anni venturi il progetto più grande della formazione Svedese. Senza la presenza del vecchio batterista Fredrik Andersson i vichinghi hanno reclutato Tobias Gustafsson dei Vomitory per prestare servizio dietro le pelli; potrebbe non sembrare di grande importanza ad un primo acchito, ma le doti di questo hanno dato la possibilità alla band di ampliare in certi frangenti il loro spettro compositivo, proponendo un album con la migliore produzione di sempre, dove per la prima volta ogni strumento finalmente riesce a prendere il proprio spazio, lavorando al meglio come mai prima d’ora. L’idea di volere tentare nuove strade compositive, inserendo parti completamente heavy che vanno in contrapposizione ad alcune più brutali, è segno di rinnovamento e astuzia; anche l’utilizzo del parlato è improntato all’aumento dell'epicità in maniera esponenziale rispetto al recente passato. Certamente il trademark è sempre quello, non siamo scappati molto lontani, ma la sensazione che Jomsviking sia frutto di un desiderio di andare oltre, non è solamente percepibile attraverso il concept e le la struttura delle canzoni; sei settimane dentro gli studi insieme ad Andy Sneap hanno giovato fortemente al risultato ed ogni minimo dettaglio è stato curato al meglio. Si può con molta franchezza affermare che i cinquantadue minuti dell’album scorrono via piacevolmente e senza impegno, facendosi ascoltare back to back compiacendosi ad ogni nuovo dettaglio svelato. 

IV: UNO CONTRO TUTTI

Se First Kill, sin dalla sua pubblicazione in rete, ha fatto esaltare i fan lasciando contemporaneamente storcere il naso ai classici incontentabili, per via di una prestazione canonica e prevedibile, come da prassi per il primo brano, i regali più grandi vengono offerti dalle tracce che mai verranno pubblicate ufficialmente. Già con la successiva Wander (l’incontro con l’uomo anziano, leggere la trama per saperne di più) le prime sorprese vengono alla luce; un riff di tipica scuola NWOBHM ci conduce lungo il brano sino a quando la voce parlata di Johan, profonda e sculturea, ci porta verso una chiusura magistrale. Piccoli dettagli che lasciano comprendere come Jomsviking non è un album monocorde. Le successive quattro tracce sono di classico stampo “made in Amon Amarth”, puri anthem da assalto per i live; sopra tutte spiccano One Against All e Raise your Horns che non potranno mai mancare in scaletta da qui in avanti. Sfido chiunque a non cantare i ritornelli di queste due tracce con i corni al cielo in modalità distruzione. At Dawn’s First Light è quella canzone ingannevole che risiede in ogni album che si rispetti, quel brano che o lo ama o lo si odia, non esistono le mezze misure. Molti lo avranno già sentito attraverso il video promozionale che è stato concepito ad hoc, sono convinto che solamente pochi di voi non hanno notato la quasi palese somiglianza con una “certa canzone” di un “certo gruppo” che ha un “certo aereo privato”; pure i più ignoranti in materia riuscirebbero quasi a cantarci sopra. Scelta discutibile ma che sicuramente non lascia indifferenti gli “afcionados”, che posso trovare le ennesime nuove sfumature degli Amon Amarth A.D. 2016. 

This is my Sword

We are one and the same

My enemy fall

Vengenace is mine

Queste poche parole servono a Vengenace is Mine per insidiarsi nella testa e non uscire sino allo sfinimento; una traccia cattiva, aggressiva e senza gentilezze che merita di diventare una delle migliori composizioni scritte dei nostri, non solo all’interno dell’album, ma degli ultimi anni. Nella sua semplicità ha una verve che stende e rapisce in presa diretta; la voce di Johan è acida, grezza e proviene dalla profondità, spiace per gli altri componenti ma in questa composizione è il frontman che vince a mani basse, da gustare senza preconcetti. A Dream that Cannot Be vede la partecipazione di Doro Pesch, lei la ipotetica ragazza lasciata indietro, che spiega al nostro eroe come la loro storia d’amore è un sogno che non può realizzarsi. Canzone classica ma di facile appiglio che offre una versatilità e un certo feeling romantico atipico in Svezia, anche se ad un primo ascolto può non convincere pienamente, diventa imprescindibile sul lungo raggio per far funzionare al meglio l’intero concept.

LUI:

Come with me

I’ll set you free

And I’ll Show you what

Your life can be

LEI:

You Can’t see

That I am Free

My Life is mine not your

So leave me be

Il tutto si chiude con Back To The Northern Shores, lunga traccia di sette minuti che a livello musicale non offre nulla di più di quello che già non è stato detto in precedenza; Il riff base su cui tutto poggia è di tipica matrice NWOBHM, vediamolo come un omaggio, un risultato discreto che poteva sicuramente funzionare meglio. Probabilmente l’unica traccia che non colpisce a pieno e non riesce a convincere. Quest’album è unico nel suo genere dentro la discografia dei nostri, non ha eguali ed è per questo che deve essere visto come uno contro tutti. Anche se le coordinate stilistiche sono pressoché identiche a quelle di sempre è la base che cambia aspetto, il non udibile e visualizzatile che lo rende un esempio unico e fine a se stesso, a tratti alieno e inqualificabile. Pregio e difetto di un grande album che stupisce e sorprende ascolto dopo ascolto.

V: ALZATE I VOSTRI CORNI

Non ho altro da aggiungere, chiudo questa lunga recensione sottolineando come dopo due album, quali Surtur Rising e Deceiver of the Gods, leggermente discutibili i nostri Vichinghi sono tornati a regime, hanno fatto il passo definito e ora non resta che vedere come riusciranno ipoteticamente a rappresentare la trama in sede live. Senza nulla togliere al recente passato Jomsviking ha le carte in regola per diventare tra qualche anno il nuovo classico della band; pochi difetti, molti pregi e tanta sostanza che fanno risplendere il tutto anche sulla lunga distanza. Alzate i vostri corni al cielo per la gloria di Odino, il Valhalla ci aspetta razza di briganti e mercenari che non siete altro. 

 
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