Recensione: Journey

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Con una formazione di ben sette elementi, due cantanti in pianta stabile ed una bella spada nel logo che musica faranno mai gli Ephyra? Non ci vuole certo un mago per capire, basta fare due conti: Fantasy Metal, o se ripugnate questa definizione, power-death metal con forti influenze medioevali ed epiche, colonna sonore per tematiche fantastiche. 
 
Primi Rhapsody e coevi come i Beholder, ma anche band più tendenti al folk come i Turisas sono i punti di riferimento dei comaschi che esordiscono con l’autoprodotto “Journey”. Del death per la verità è presente solo il growl, per il resto siamo decisamente in zona power di fine anni 90, con l’aggiunta per l’appunto di influenze folk e “bucoliche”, con le tastiere a giocare un ruolo fondamentale nel ricreare le giuste atmosfere.
 
L’aspetto positivo di questo lavoro sostanzialmente riguarda la cura degli arrangiamenti e l’utilizzo di strumenti quali violini, cornamuse e flauti (o suoni di tastiera che li emulano) che rendono interessanti delle composizioni altrimenti stantie.
 
Anche tecnicamente siamo attorno alla sufficienza ed in particolare non convincono appieno le due voci, mai capaci di coinvolgere come dovrebbero ne di completarsi nell’ormai abusatissimo copione de “la bella e la bestia”.
 
Non tutto è da buttare, per carità. Oltre ai già citati arrangiamenti e alle orchestrazioni, sono presenti delle ottime melodie sia di chitarra che di tastiera, realmente trascinanti; non mancano inoltre buoni pezzi nel loro insieme come “..To The Realm”, “No Prisoners” e “Dark Wolf”.
 
Delle due ballate celtico-medioevali, “Cold Pain” si fa decisamente preferire alla puerile “Law of The Elves” (il duetto tra le due voci alla fine è quasi irritante) mentre è sostanzialmente inutile la strumentale “Hunter’s Dance”.
 
Fuori tempo massimo e con evidenti lacune esecutive e compositive, non si può puntare solo su dei buoni arrangiamenti e qualche melodia azzeccata, anche perché la concorrenza del settore è agguerrita e possiede delle armi ben più affilate, tante per non uscire dal seminato tanto caro agli Ephyra.
 
 
Matteo Di Leo
 
 
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