Recensione: Justinsane

inserito da

Justinsane” è il debutto discografico dell’omonimo quartetto di San Benedetto del Tronto che ci offre, ad alcuni anni dalla nascita del gruppo, un buon biglietto da visita sulle proprie capacità. Dediti a un bel mix di generi, inquadrabili grossomodo in un heavy metal spruzzato di thrash e scelte melodiche più tipicamente hard rock, i nostri condensano in poco più di mezz’ora tutta la propria passione per certe sonorità e ci consegnano un album variegato seppur omogeneo, divertente e molto godibile.

Un arpeggio disteso costituisce la melodia portante della rilassante “Sky’s Eyes”, introduzione strumentale all'album che, in breve, cede la parola alla briosa “Mirror of Death”. La traccia procede tributando i giusti onori all’heavy più classico grazie al suo andamento ritmato e stradaiolo, perfetto per esaltare le urla arcigne di Pierfrancesco, e nonostante proceda, come già detto, in modo abbastanza canonico si destreggia più che bene nel ruolo di traccia d’apertura, trasmettendo la giusta carica anche grazie al bell’assolo posto in chiusura. I nostri giocano bene le loro carte, e si dimostrano capaci di restare sempre sul pezzo anche con la più sbarazzinaWhere Are You Going”, dal tiro maggiormente rock oriented (seppur appropriatamente energizzato) e dall’ottimo gusto per le melodie semplici ma non banali, che impreziosiscono un’altra canzone molto azzeccata senza appesantirla di fronzoli inutili. Riff più robusti introducono la successiva “Dark Vision”, in cui i nostri eroi proseguono con il loro heavy rock agguerrito e battagliero, sorretto da una sezione ritmica precisa e martellante e da chitarre insolenti. La brevissima pausa nella seconda metà del brano sembra indicare un cambio di atmosfera, ma tutto si traduce in una finta per aprire la strada al solo prima di tornare a sciorinare riff e sostenere il vocione di Pierfrancesco.
Don’t Get Down” sembra prendersela un po’ più comoda, rallentando i ritmi per presentare la classica marcia heavy dal mood minaccioso, infarcendola addirittura con sporadici inserti growl. La traccia avanza tra riff acidi e melodie graffianti salvo poi incattivirsi nella parte centrale, quasi thrash nella sua corposità, per poi tornare all’ovile in tempo per il finale ed aprire così la scena alla dinamica “Frozen”. Qui i ritmi si fanno decisamente più movimentati e orientati verso il thrash propriamente detto, ma tra qualche rapida sfuriata chitarristica e un paio di squarci melodici non mancano comunque i rimandi all’hard rock che piace tanto ai nostri. Nella seconda metà c’è perfino spazio per un breve accenno di solennità, prima che il brano imploda per il finale sussurrato. “Free Spirit” incede sinuosa in un primo momento, salvo poi esplodere con un classico rifferama hard-rock da stadio con tanto di ritornello anthemico e assolo da manuale, anche se a dirla tutta il finale mi è sembrato un po’ troppo sguaiato.
Con “Never Inside Me” il gruppo sembra sollevare di poco il piede dall’acceleratore dopo l’accoppiata precedente (che peraltro rappresenta una mosca bianca nell’economia di un album dai ritmi non proprio esagerati), e confeziona una traccia meno sparata ma sempre molto legata all’hard rock. La canzone è caratterizzata da tempi insistiti che trovano un perfetto coronamento negli stop & go che la punteggiano qua e là, preludendo ad esempio il bell’assolo posto, come spesso accaduto durante tutto l’album, nella parte terminale del brano. L’ultima traccia di questo “Justinsane” è “Break the Silence”, maggiormente concentrata sul groove e sulla pesantezza garantita da ritmi scanditi che, in più di un’occasione, mi hanno ricordato certi Korn, soprattutto per quanto riguarda il modo di cantare e le parti di batteria. Il pezzo scorre molto bene, anche grazie a certe scelte melodiche piuttosto sfruttate ma sempre d’effetto, e l’assolo carico di feeling riesce a impreziosirlo quanto basta per concludere degnamente un esordio divertente e godibile, in cui i nostri si propongono al pubblico con un appetitoso buffet di stuzzichini musicali. Certo, la personalità latita un po’, ma trattandosi di un gruppo relativamente giovane e al suo debutto non posso che dirmi soddisfatto di quanto sentito finora: l’album non annoia mai e, nella sua linearità, possiede anche qualche bello spunto, ideale per dare un po’ di carica. Attendo speranzosi i futuri sviluppi.

 
62